Iran, condannata a 38 anni, paladina dei diritti umani

Trentotto anni di carcere e 148 frustate. È questa la condanna inflitta dal Tribunale di Teheran a Nasrin Sotoudeh, legale e attivista per i diritti umani iraniana. La donna è stata accusata di “collusione contro la sicurezza nazionale, propaganda contro lo Stato, istigazione alla corruzione e alla prostituzione, apparizioni in pubblico senza hijab”. Sotoudeh nel 2012 è stata premiata dal Parlamento europeo con il Premio Sakharov per la libertà di pensiero. La donna ha già trascorso tre anni in prigione, dal 2010 al 2013, per “attività contro la sicurezza nazionale”, dopo avere difeso degli oppositori arrestati durante le manifestazioni del 2009 contro la rielezione del presidente conservatore Mahmoud Ahmadinejad. A gennaio, anche il marito di Sotoudeh, Reza Khandan, è stato condannato a cinque anni di carcere per “complotto contro la sicurezza nazionale e a un anno per propaganda contro il sistema”.

Secondo Amnesty International, la sentenza è “un’ingiustizia vergognosa”. Nei confronti di Sotoudeh, la 28esima Corte rivoluzionaria di Teheran ha inflitto una condanna a 33 anni ai danni dell’avvocatessa. Questa sentenza si è sommata a un’altra, pronunciata nel settembre di tre anni fa, che prevede cinque anni di detenzione per cospirazione contro lo Stato e insulti nei confronti della Guida Suprema Ali Khamenei. La donna, arrestata nel giugno dello scorso anno, aveva appreso di essere stata condannata in contumacia a cinque anni per l’accusa di spionaggio.

Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e sull’Africa del Nord di Amnesty International, ha detto che è “sconvolgente che Nasrin Sotoudeh vada incontro a quasi quattro decenni di carcere e a 148 frustate a causa del suo lavoro pacifico in favore dei diritti umani, compresa la difesa legale di donne sotto processo per aver sfidato le degradanti leggi sull’obbligo del velo”. Mahmoud Behzadi-Rad, uno dei legali della donna ha spiegato che la Corte “ha tenuto un’udienza del processo, alla quale la mia cliente non era presente, e abbiamo finalmente capito che la corte l’aveva condannata in contumacia”.