Il significato della vittoria di Bolsonaro

“È come quello che sta succedendo in Italia e negli Usa: la gente respinge un tipo di classe politica perpetua, che è legata al capitalismo clientelare, alla corruzione e all’incompetenza”.

Senza troppi giri di parole, Steve Bannon fotografa alla perfezione l’elezione di Jair Bolsonaro a nuovo presidente del Brasile. Nel Vecchio Continente si è assistito ad un progressivo declino del partiti socialdemocratici. Sono ormai lontani i tempi di Tony Blair e della “terza via” che aveva sedotto gli ambienti di sinistra: fallito mestamente il tentativo di governare la globalizzazione, i socialdemocratici sono stati severamente puniti dagli elettori. Un trend che, come mostrano le ultime elezioni regionali in Germania, sta iniziando a coinvolgere anche le forze tradizionali di centrodestra. In Sud America è possibile osservare la medesima dinamica.

Agli inizi del Duemila, e per oltre un decennio, i partiti socialisti governavano, di fatto, pressoché l’intera America Latina: ma ora la geografia politica a sud dell’Equatore è decisamente cambiata. In Argentina, la lunghissima epopea peronista della dinastia Kirchner è mestamente terminata nel dicembre del 2015 con la vittoria al ballottaggio di Mauricio Macri e con una richiesta di custodia cautelare per l’ex presidente nel settembre del 2018. In Cile, Sebastiàn Piñera – fratello del celebre José Piñera – è tornato ad essere presidente dal marzo del 2018, succedendo alla rivale di sempre, la socialista Michelle Bachelet. In Bolivia, nel febbraio del 2016, ha vinto il “no” al referendum con cui il presidente Evo Morales – in carica dal 2006 – intendeva modificare la costituzione al fine di ricandidarsi nel 2019 per il quarto mandato consecutivo. Hanno virato a destra anche il Perù e la Colombia, con il Uruguay ed Ecuador uniche enclavi rimanenti alla sinistra. La situazione del Venezuela è, di fatto, quella di una dittatura socialista. La luna di miele tra i venezuelani e Maduro, successore di Hugo Chavez, è durata solo pochi anni: la popolazione è stremata, le violenze si susseguono e per la prima volta, dopo le diminuzioni delle ultimi decenni, è ricomparsa la denutrizione (3,9% tra i minori di cinque anni).

In tale contesto, la vittoria di Bolsonaro acquisisce un significato particolare, in quanto rappresenta un nuovo, importante tassello di una rinnovata stagione politica in tutto il Sud America. Occorre, tuttavia, molta cautela nel voler bollare il neo-presidente come “populista”, oppure – come già è stato ribattezzato – il “Trump brasiliano”. Senza dubbio, lo stile comunicativo di Bolsonaro ricorda molto da vicino quello del tycoon statunitense, fatto di provocazioni, battute politicamente scorrette e costanti attacchi al precedente establishment. Tuttavia, è opportuno ricordare che da sempre l’America Latina – complice la forma di governo presidenziale e dunque l’elezione diretta del capo dello Stato, comune a molti Paesi dell’area – è terra di leaderismo e di personalizzazione della politica che non di rado è sfociato in regimi autoritari. Riprendendo lo spunto di Steve Bannon, nel caso del Brasile i socialisti hanno pesantemente pagato un deficit di credibilità, venuta meno in seguito agli scandali che hanno coinvolto Lula e la sua delfina Dilma Rousseff.

Allargando la prospettiva e operando un’ulteriore contestualizzazione, è necessario ricordare che gli ultimi quindici anni hanno visto interrompersi, in Sud America, il modello politico-economico del chavismo, entrato ormai in crisi irreversibile con la morte di Hugo Chavez – evento spartiacque della recente storia politica sudamericana. Tale modello era imperniato su di una sorta di “patto sociale” tra il popolo – e dunque, su di un ampliamento della spesa pubblica a favore delle classi più povere e sulla nazionalizzazione delle imprese – e una ristretta élite che controllava i proventi dell’esportazione degli idrocarburi. Alla dipartita del comandante marxista ha fatto seguito un inevitabile indebolimento del cosiddetto “asse bolivariano”, in primis nella già citata Bolivia ma anche in Ecuador. A Quito, infatti, nonostante la continuità data dalla vittoria del socialista Lenin Moreno, la Corte Nazionale di Giustizia (Cnj) ecuadoriana ha richiesto l’arresto e l’estradizione dal Belgio dell’ex presidente Rafael Correa, accusato di aver ordinato il rapimento di un deputato dell’opposizione.

Questi fattori, molto più del voler etichettare come “populista” Bolsonaro o di voler cercare, ridicolmente, di ridisegnare la mappa politica mondiale sulla base del grado di “fascismo” o di “razzismo” di un candidato, fanno la differenza nel tracciare delle coordinate realistiche che consentano di capire, davvero, l’evoluzione contemporanea dei sistemi politici.

(*) FareFuturo