Dove sta andando l’Eurozona?

Serenamente alla deriva direi. Seviziata, da un lato, da un’euro-marco più totalitario che mai (vera espressione della storica egemonia teutonica sul Vecchio Continente, che oggi si afferma con l’economia e non più con la politica di potenza), e dagli egoismi nazionali che determinano un “rift” profondo come quello della barriera corallina tra chi sta meglio (la fascia continentale dei Paesi membri del Nord Europa guidati dalla Germania) e chi sta peggio. Ovvero: noi e tutti gli altri pigmei “europeindi” (che fa il verso a “amerindi”) degli Stati mediterranei dell’Europa del Sud, a guida francese. Quindi, la domanda è: Emmanuel Macron saprà fare da ponte tra questi due emisferi? Temo non ci riuscirà, malgrado la grande simpatia che mi ispira. Faccio un pronostico facile: in autunno, se riuscisse a presentare per allora la sua riforma del mercato del lavoro interno, avrà contro le piazze fascio-comuniste, con tutte le pericolose conseguenze del caso. Su Parigi in fiamme, infatti, si potrebbe comodamente sovrapporre una strategia sovversiva del terrorismo islamico, tale da mettere a rischio qualsiasi esecutivo del presidente, e perfino lui stesso. Malgrado il carico enorme che grava sul contribuente francese per il mantenimento di molti milioni di impiegati pubblici, a Macron sarà praticamente impossibile sforbiciare gli organici, come vorrebbe fare, di centinaia di migliaia di unità, rispettando così la sua promessa elettorale.

Ma i problemi dell’eurozona sono ben altri. Iniziamo da quelli più rilevanti rifacendoci a Jean Pisani-Ferry che, in un articolo dell’anno passato, aveva giustificato l’allarme lanciato da Macron per la tenuta dell’eurozona scrivendo che: “La sopravvivenza dell’Euro è dovuta più ai timori e alle disastrose conseguenze di un suo eventuale abbandono, che all’aspettativa di un reale vantaggio di stabilità e prosperità per tutti. Ciò significa che siamo in presenza costante di un equilibrio instabile”. E la paura è un potente mezzo di dissuasione, come nota l’illustre commentatore di Financial Times (Ft), Martin Wolf nel suo editoriale del 16 maggio: “Ecco perché, in fondo, la Grecia è ancora nell’Euro, del quale non si può fare a meno a discapito della fiducia sull’integrazione europea. Da tempo, ogni volta che qualche Paese membro è chiamato alle urne, vediamo sistematicamente confrontarsi difensori e oppositori (i cosiddetti “populisti”) dello status quo. Ma, prima o poi in qualche grande Paese comunitario un Partito antieuropeo è destinato a prevalere nelle elezioni, anche se oggi l’Eurozona appare molto più solida di qualche tempo fa, pur rimanendo fragile”.

Macron suggerisce il difficile percorso di una più incisiva integrazione fiscale, con un unico bilancio dell’eurozona; un ministro comune delle finanze e un controllo da parte del Parlamento; il tutto coronato dal completamento dell’unione bancaria. I più eclatanti “bug” dell’eurozona, però, sono sostanzialmente tre: un’inadeguata condivisione dei rischi; l’inabilità a perseguire appropriate politiche macroeconomiche; un aggiustamento asimmetrico all’interno. Più federalismo fiscale alla Macron significa che “quando si verificano perdite è necessario un loro riallocamento tra poste creditrici e debitrici. E il miglior modo per farlo è passando attraverso i meccanismi di mercato, e più segnatamente avvalendosi delle istituzioni finanziarie ad ampio spettro dell’eurozona e dell’equity financing. Questo perché, essenzialmente, la pianificazione bancaria e quella per il sostegno del mercato unico europeo hanno in merito molta voce in capitolo. Altro aspetto di fondamentale importanza è la cancellazione dei debiti inesigibili. E il modo migliore per controbilanciare le inevitabili ripercussioni negative nei Paesi interessati è quello di ricorrere alla leva fiscale nazionale sostenuta, se necessario, da un fondo comune di emergenza”. Come si è visto in passato, la sola politica monetaria è insufficiente per venire a capo delle crisi a cascata dell’eurozona e un budget federale necessario a stabilizzarla sarebbe insostenibile per la sua entità. L’alternativa è quella di intervenire di concerto attraverso la leva dei bilanci nazionali.

 Ma per andare in quest’ultima direzione occorre rimuovere l’ostacolo insuperabile della Germania che si oppone a qualsiasi politica fiscale controciclica. L’eurozona così com’è latita di uno strumento di aggiustamento simmetrico degli squilibri esistenti. Se analizziamo la scala e il significato dei dislivelli di competitività tra le più importanti economie dell’eurozona - Germania, Francia, Italia - a far data dall’entrata in vigore dell’euro, scopriamo che il rilevante guadagno di competitività della Germania è dovuto al costante calo del suo costo unitario del lavoro (per riequilibrare gli attuali squilibri, quindi, Berlino dovrebbe raddoppiare i salari dei suoi operai!); ovvero, il tasso di remunerazione della manodopera tedesca cresce più lentamente di quello relativo alla produttività, al contrario di quanto avviene in Francia dove i due indicatori procedono di pari passo, e in Italia dove addirittura il primo è significativamente maggiore del secondo.

 Come risultato si ha che in Germania l’incidenza degli oneri del costo del lavoro sui redditi d’impresa diminuisce rapidamente, mentre sale in Francia e in Italia. La combinazione tra guadagno di produttività e profitti elevati (e, quindi, dei risparmi conseguenti) comporta il verificarsi di rilevanti surplus nella bilancia commerciale tedesca. Quindi, il messaggio è chiaro: anche da noi occorrerebbe, come è accaduto tempo fa in Germania, un grande patto tra lavoratori, Governo e imprese per raddrizzare la nostra economia stagnante, stanziando ingenti somme per la ricerca applicata all’industria.