Proditorio

Impazzano le polemiche sul video di Romano Prodi, indispettito per la domanda della cronista di Quarta Repubblica, Lavinia Orefici, tanto da compiere un gesto non proprio elegante tirando una ciocca di capelli alla giornalista. Potremmo in questo caso fare una filippica interminabile a sfondo femminista evocando la violenza del gesto, l’incoerenza di chi è stato zitto in questo caso strepitando invece in altri casi, la faziosità di chi ha rilanciato addirittura difendendo l’ex presidente del Consiglio. Potremmo lanciarci in dissertazioni sul corpo delle donne e sul diritto di fare domande sgradite. Potremmo dare a Romano Prodi del bugiardo perché, prima del “Var”, aveva detto di aver solo appoggiato paternalisticamente una mano sulla spalla di Lavinia Orefice.

Non lo faremo perché la parte a nostro avviso più scandalosa della vicenda riguarda la risposta che Prodi – come del resto moltissimi altri in questi giorni – fornisce per giustificare le tesi di Altero Spinelli. Ma riavvolgiamo il nastro: scoppia una polemica sul Manifesto di Ventotene, in special modo sul passaggio in cui si afferma che “la proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio”. Questo passaggio, messo a sistema con un altro passaggio in cui si afferma che “la rivoluzione europea per rispondere alle nostre esigenze dovrà essere socialista” e “la politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria” ci fa capire che la tesi minimalista della limitazione della proprietà privata a beni essenziali come acqua o a beni di pubblica utilità non regge. Richiesto di una considerazione sull’argomento, Romano Prodi fa due cose: con quel gesto di stizza dimostra plasticamente che non è possibile contraddire i mostri sacri del pensiero progressista perché altrimenti scatta l’aggressione (non è stato l’unico) e in secondo luogo contestualizza le affermazioni storicizzando l’argomento.

“Ma che cavolo mi chiede? Ma il senso della storia ce l’ha lei o no?, era nel 1941, gente messa in prigione dai fascisti”. Questa è la risposta come a voler dire che una magmatica cazzata, se scritta da una alfiere dell’antifascismo nel ’41, diventa per definizione una pietra miliare, una immagine pop sulla falsa riga degli indiscutibili compagni Fidel Castro e Che Guevara su cui non puoi permetterti di proferire verbo. Al pari della resistenza, della quale non puoi dire che fu sicuramente un fenomeno positivo, perché ci liberò dal nazifascismo, anche se costellata da episodi bui e da barbari eccidi ad opera dei partigiani rossi che volevano abolire un regime per instaurarne un altro di colore diverso. Contestualizzare è comodo ma potrebbe portare qualcuno a contestualizzare le dittature sanguinarie perché in quei tempi era pur sempre una forma di governo della cosa pubblica ammessa. E invece questo contestualizzare a fasi alterne oltre che comodo è anche idiota. Come a voler dire che se tocchi i giocattoli gauche, uno qualsiasi di essi, rischi il linciaggio perché saranno difesi anche con disonestà intellettuale. Da qui si arguisce l’immaturità democratica di una sinistra che, se da un lato chiede ogni giorno alla destra patenti di agibilità democratica, dall’altro non accetta di mettere in discussione nulla, nemmeno il Manifesto di Ventotene.

Noi, con buona pace di costoro, continuiamo a considerarci fortunati perché il concetto di Europa coincide più con il pensiero di Alcide De Gasperi, Robert Schuman e Konrad Adenauer. Dove l’Europa ha fallito, cioè nel dirigismo austero e inconsistente, scorgiamo tracce del Manifesto di Ventotene.

Aggiornato il 27 marzo 2025 alle ore 09:35