I liberali votano a destra

Quando mi iscrissi alla Gioventù liberale, il partito di Giovanni Malagodi era presente: non grande, ma presente. Difendeva un’idea di libertà e di tolleranza senza eccezioni, che era insita nella sua tradizione. Ed era un partito che si batteva contro il centrosinistra e l’ingresso dei socialisti al Governo. Dei socialisti, figuriamoci poi dei comunisti. Oggi le forze storicamente liberali, disperse in vari rivoli, sono praticamente dei club di bene intenzionati ma, in compenso, praticamente tutti (che bello!) si dichiarano liberali, specie a sinistra. È vero, a sinistra, un giorno sì e l’altro pure, chiedono lo scioglimento di polizia di qualche formazione politica di destra, perché la Costituzione ha una disposizione antifascista transitoria che non vogliono far “transire” mai (e peraltro contraddittoria coi suoi stessi principi generali). Ma sono liberali, molto liberali.

È vero, a sinistra molto spesso organizzano presidi militanti e contro-manifestazioni aggressive, quando un partito di centrodestra osa fare un comizio o un corteo (il contrario invece non succede praticamente mai). Ma sono liberali, molto liberali. È vero, a sinistra, scordando che il populismo ha lo stesso etimo di popolo e di popolare, attaccano i “populisti” ogni volta che vincono un’elezione, perché per loro i voti non si contano, ma si “pesano”. Ed è impensabile per loro che il voto di un vip modaiolo di Capalbio conti come quello di un cittadino della Val Brembana (come nella fattoria degli animali, dove qualche animale era più uguale degli altri). Ma sono liberali, molto liberali.

È vero, a sinistra chiedono continuamente provvedimenti per vietare, per legge, opinioni non “politically correct” sulle unioni omosessuali, sulle immigrazioni, sui revisionismi storici, sull’uso del web. Ma sono liberali, molto liberali. È vero, a sinistra invocano sempre nuove regole e controlli per limitare il diritto alla proprietà privata e l’esercizio della libertà di impresa, fino a imbrigliare l’iniziativa privata con mille nuovi lacci e lacciuoli che strozzano l’economia (quando non vogliono puramente statizzarla). Ma sono liberali, molto liberali. È vero, a sinistra aggiustano un po’ la storia, fanno credere che la costruzione europea sia dovuta a loro (povero Altiero Spinelli) mentre fu concepita da Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman, contro la loro strenua opposizione. Opposizione che perdurava ancora all’atto dei trattati di Roma, votati da centristi, monarchici e missini, a differenza dei socialcomunisti, ma si presentano lo stesso come i primi europeisti e liberali, molto liberali.

È vero, a sinistra si sono concepite riforme della giustizia che, in trent’anni, hanno profondamente alterato lo Stato di diritto, eliminando molte delle garanzie poste a difesa del cittadino, modificandone il rapporto con le istituzioni fino a un giustizialismo appena mascherato, che lo lascia privo di molti diritti per la gioia esclusiva delle tricoteuse. Ma sono liberali, molto liberali. È vero, a sinistra pensano, in fondo, che quasi tutto debba essere vietato, tranne ciò che deve essere obbligatorio. Ma sono liberali, molto liberali, liberalissimi (come si è visto anche nella curacinese” della pandemia).

Però, a questo punto è legittimo un preoccupato dubbio. Le anime belle della sinistra italiana (e non solo italiana) sanno cosa voglia dire liberale? Credo proprio di no. Mi permetto un esempio, certo estremo ma molto chiaro. Se due naufraghi, su un’isola deserta, decidono di mangiarsi il terzo compagno, non sono nel loro buon diritto anche se hanno deciso a maggioranza, perché nessuna maggioranza può mai opprimere la minoranza. Questo, sul piano dei princìpi, è il limite invalicabile dello Stato, dello Stato liberale, che tutela in ogni singolo individuo la persona. Uno Stato che ritenga di essere onnipotente, di essere legittimato a dare o negare la vita, a determinare la proprietà e a dettare lo stile, le opinioni e le scelte individuali, non è e non potrà mai essere liberale. E finirà inevitabilmente per essere anche antidemocratico, perché l’abitudine al non rispetto delle minoranze diviene, da parte di una classe dirigente autoreferenziale e convinta di possedere il vero, anche non accettazione della maggioranza, quando la ribellione popolare trasforma una minoranza – prima esclusa – in maggioranza. Che è quello che abbiamo sempre visto fare alle sinistre estreme, dall’Unione Sovietica al Venezuela, ma di cui non sono del tutto immuni neanche quelle moderate, se solo si guarda a come sono state aggressivamente contestate le vittorie conservatrici, in Polonia, Ungheria, Svezia o come da noi viene dipinta dall’establishment la Lega. Non posso non pensare con rimpianto a quello che François-Marie Arouet sintetizzava: “Io non approvo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”. Perché a questo si sono sempre ispirati i liberali storici. Quelli veri.

Ora la destra, in Italia e un po’ in tutto l’Occidente, questi valori ha saputo farli suoi. Forse non completamente ma in gran parte sì, mentre la sinistra, dogmaticamente formata nell’attesa della palingenesi comunista, proprio non ci riesce. Ha una forma mentis che concepisce solo la regola e il divieto, per tutto e per tutti i problemi: dalla tassazione presuntiva alla tutela della foca monaca. L’autogoverno per loro non esiste e non può esistere. In fondo, sono rimasti dove erano, al primato del partito sullo Stato e dello Stato sulla società, con un codazzo di pseudo-intellettuali a fornire una copertura pedante (e ben pagata) alla tragica favola che lo Stato siamo davvero – sempre e comunque – tutti noi.

La moderazione nel difendere la libertà non è detto sia una virtù e i liberali veri, domenica, solo il centrodestra possono votare. Per la propria libertà e per quella degli altri.