La politica del brivido oltre la febbre della democrazia

Pacificazione interna ed esterna, e democrazia

La polis non fa più brivido. L’informazione sui mass media e sui social preimposta l’elettrocardiogramma alla comunicazione politica. In un Parlamento falcidiato dal populismo che ne ha voluto ridurre i membri a scapito della democrazia e della rappresentabilità dei cittadini veri – in carne e ossa – all’interno delle Camere legislative, le elezioni politiche appaiono come il riflesso di una società che produce solo i leader che per bassa grazia umana vi si sono ritrovati. Accanto ai leader, poi, si affannano a risplendere come satelliti sull’attenti, per lo più, sgomitatori sociali da segreteria. Così intanto scorre questo tempo, innocentemente reo di disorientamenti e post-pandemie; reo d’esser semplicemente difficile, reo pur tra i sacri ragionevoli dubbi globali che le facili ricette dei populismi s’affrettano a oscurare. Sullo sfondo, quando va bene, il festival delle neopartitocrazie a luci soffuse (quando non proprio spente) si fa sovrastruttura culturale all’unisono, contro ogni passione per la vitalità del vivere plurale. Spettatrici dello spettacolo con attori spesso indifferenti ed autoreferenziali, sono le coscienze dormienti dei cittadini, sul cuscino nichilista del loro stesso divenire.

Non saranno i miraggi mediatici a salvare questo stato di cose, bensì la dialettica individuale e collettiva con il suo coraggio di smentire le retoriche. Non saranno i sondaggi a impacchettare il prossimo divenire della realtà, bensì l’audacia di sapersi muovere nonostante i meccanismi algoritmici delle ingegnerie di parte del web. In un “meriggio” della politica, “pallido e assorto” siede lo spirito elettorale dei cittadini, oggi, destinatari d’informazioni spesso non formative, destinatari di numeri e sondaggi ma non di strumenti partecipativi concreti. Sulle cascatelle elitarie delle affrettate liste elettorali del 2022, la saggezza dimora nella capacità di darsi una visione d’insieme, per scegliere ovvero sciogliersi dal nulla, a cui altrimenti si viene circoscritti. La comunione del ciascuno in un fuoco di valori trasversali ed intersezionali, partecipabili dal noi di chi vorrà, e di chi verrà, farà sentire meno soli gli uomini e le donne: se non di fronte al freddo dell’esistenza quaggiù, almeno di fronte alla notte della politica, dopo le infrante promesse dei populismi più ingenui di una stagione elettorale fa.

Ritornare all’umanità e alle sue comuni esigenze di sociabilità, ritornare a essere i paradigmi della vita personale e sociale di sé e del proprio vicino bisognoso, al di là del sesso o della etnia o delle condizioni familiari o sociali; tutto ciò deve farsi necessità politica. Il valore della solidarietà verso chiunque ed all’insegna delle pari opportunità, senza corsie preferenziali per alcun motivo, non può essere più lasciato nella sua fase applicativa alle ondivaghe emotività borghesi, essendo queste prive di visioni resilienti e paradigmatiche sui bisogni emancipativi dei meno fortunati alla nascita.

Assumendo il cosiddetto bene comune quale stella polare in questo troppo caotico mondo sociale, la ricerca dei contenuti specifici di quel bene non egoistico dovrebbe spingerci a ricercare metodi nuovi e rinnovati equilibri su cui edificare, giorno per giorno, le agende delle proprie esistenze. In un contesto di minaccia verso i valori fondamentali comuni, che faticosamente la storia della humanitas ci consegna sempre un po’ all’arrembaggio, occorre riscoprire il valore della accessibilità alle risorse quale nuovo cibo quotidiano per tutti. Gli equilibri di una futuribile pace, riformista e democratica, si faranno interessanti per tutti, e non per pochi, nella misura in cui il valore dell’opportunità diventi strutturabile quale bene comune; nella misura in cui la concorrenza economica non diventi scorrettezza; nella misura in cui la famiglia quale società naturale non diventi catapulta di privilegio bensì oasi di sperimentazione reciproca sui piani educativi e non su quelli materialisti.

Le opportunità di sana emancipazione per i cittadini e per chi fugge da guerre e miseria dovranno rappresentare la più concreta ed urgente coordinata politica per le riforme che verranno. Solo dove le leggi sulle pari opportunità non scambieranno queste ultime con il pari lusso di arrivare alla fetta più grossa da dividere nei propri mediocri orticelli basso-borghesi, a discapito degli ultimi, la democrazia non sfiorirà come metodo di esercizio del bene comune, e come obiettivo immanente ovvero costante. Messaggeri di pace ci riscopriremo senza saperlo, dove la pace non è mai ipocrisia o acquasantiera senza acqua santa: per credenti e non credenti interessati alle sorti della cooperazione per un mondo di giustizia attraverso progressivi ma urgenti processi di pacificazione nei conflitti, la pace, non dovrà mai ridursi a una profezia spenta. La pace dovrà farsi sempre pioniera e avere un posto d’onore nella tribuna dei valori che devono avvicinarsi al palco per poi salirci, senza recitare, senza fare finta.

La pace dovrà avere la capacità di ispirare, rigenerare, rifondare, pur tenendo in considerazione – ovviamente – il diritto alla giusta resistenza dei popoli oppressi e attaccati. Prima ancora di quel tipo internazionalista di pace, la pace del vivere comune – la pace del qui e ora – è il bene d’indirizzo comune da cui partire; quest’altro tipo di pace, complementare al primo, è sempre in divenire ed è sempre nelle mani delle scelte di ciascun essere umano che si riconosca un animale sociale (per dirla in senso aristotelico). Il piano dei diritti e dei doveri risulta così intimamente connesso e annesso al piano dell’organizzazione dei processi di pacificazione interna (anche a livello socioeconomico e d’ascensori sociali a garanzia della pace tra le varie categorie lavorative e produttive del Paese). Il binomio diritti e doveri, di conseguenza, sarà anche il presupposto imprescindibile per generare processi d’interessamento e partecipazione alla edificazione di una pace estera e esterna: mai invero estranea nel nostro mondo globalizzato dei consumi e dei flussi migratori.

I diritti privati e quelli pubblici non sono mai per sempre e anzi vanno sempre tutelati, riscoperti, rinnovati. Il valore delle uguaglianze al di là delle ideologie propinate dagli egualitarismi antimeritocratici, il profumo della condivisione nelle differenze dell’umano: una tale ottica di valorizzazione delle pluralità potrà farsi etica, non di dominio, bensì d’unione. Il voto è uno strumento da brivido. Il brivido più opportuno risiede nell’arrivare a soddisfare la fame della propria coscienza civica, come cittadini di un insieme politico più ampio, e come individui-esseri umani, liberi dall’urgenza dei bisogni comuni.

Le elezioni politiche rappresentano un momento serio di riflessione sulla linea di direzione che dovremmo iniziare a darci, per uscire dal caos, dal nulla, dal vuoto personale e collettivo, giacché i diritti privati personali sono parte integrante dei diritti pubblici della sociabilità. Non ci sono diritti civici senza diritti socializzabili, e non ci sono diritti sociali senza i diritti umani dell’io che si fa noi.