Gli 007 entrano nella campagna elettorale

La sinistra italiana è irredimibile. A causa della sua indole egemonica, insofferente alla democrazia, non accetta concettualmente l’idea che possa subire una sconfitta elettorale. Perciò, deve barare. E lo fa chiedendo aiuto ai poteri, interni ed esteri, che possono avere interesse a tenerli nella stanza dei bottoni. Finora è stata la giustizia a orologeria a consentirgli di truccare le carte del processo democratico. Lo scandalo a carico del personaggio di centrodestra di turno, che deflagra a pochi giorni dall’apertura delle urne, è stata una costante della Seconda Repubblica. Le bombette giudiziarie confezionate ad hoc in passato sono servite ad arrestare la marcia del centrodestra verso la vittoria e a consegnare il Paese all’instabilità.

Già, perché l’unico obiettivo al quale la sinistra può ambire non è la conquista del consenso maggioritario degli elettori ma la non-vittoria del campo nemico che le consentirebbe di restare al potere, occultata sotto mentite spoglie all’interno di fallimentari “Governi tecnici” o di “unità nazionale”. Quindi, bomba doveva essere e bomba è stata. Questa volta, però, l’ala politicizzata della magistratura non c’entra. A dare soccorso al Partito democratico, che è a rischio di disfatta nelle urne, è stata, quanto consapevolmente non è dato sapere, un’iniziativa dell’Amministrazione statunitense. Washington ha diffuso i dossier della propria intelligence su presunti finanziamenti erogati da Mosca, dal 2014, a partiti e personalità politiche di 20 Paesi.

Tra questi, anche Stati europei. È stato il segnale che in Italia la sinistra attendeva per scatenare i suoi mastini della guerra, cioè i bulli del circo mediatico, contro i nemici politici. Il target principale dell’operazione è la Lega di Matteo Salvini. L’equazione del fango, costruita sul nesso causale tra la posizione critica espressa dal leader leghista sull’efficacia delle sanzioni alla Russia e il sospetto che lui, come tutti i reprobi del putinismo nostrano, sia al soldo di Mosca, ha tenuto banco nelle aperture dei principali quotidiani organici alla sinistra. Il fatto che il presidente del Copasir, Adolfo Urso, citando come fonte diretta l’Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, il prefetto Franco Gabrielli, abbia dichiarato che nessun partito italiano compare nei dossier degli 007 statunitensi, non è servito a spegnere sul nascere l’incendio della strumentalizzazione demagogica.

Ma come può accadere un tale rovesciamento della realtà? Nell’agone mediatico italiano la stella polare è la ricerca del verosimile, non del vero. Se così non fosse stato non si sarebbe potuta consolidare la prassi dei “teoremi” giornalistici, utilizzata per demolire gli avversari politici dei propri “danti causa”. Abitudine pessima, drammaticamente tracimata nella sfera della Giustizia. Con il “verosimile” si affossano carriere, si distruggono vite, s’infangano reputazioni, si falsano i processi democratici di aggregazione del consenso. Si tratta di meccanismi collaudati nel tempo che, generalmente, hanno dato buoni frutti a chi li ha messi in atto.

La parola d’ordine dell’odierna campagna diffamatoria prontamente orchestrata della sinistra si fonda sul sillogismo: la Russia paga perché decadano le sanzioni, la Lega è contro le sanzioni alla Russia, ergo: la Lega è pagata da Mosca. Matteo Salvini non ci sta e minaccia querele. Ma il suo agitarsi rinfocola l’accanimento dei media che si comportano con lui come il cane che, azzannato il polpaccio del malfattore, non lo molla. Che fare? Suggeriamo al leader leghista una controffensiva in stile L’arte della guerra di Sun Tzu: se non puoi fermare la valanga di fango che sta per travolgerti, agisci per deviarla in modo che si rovesci su chi l’ha provocata. Ma come? Ravanando in casa d’altri qualcosa salta fuori, anche di parecchio gustoso.

“Noi europei abbiamo tutto l’interesse, pur nella garanzia della nostra sicurezza, di costruire rapporti di collaborazione con la Russia. Le nostre economie sono infatti fortemente complementari e il nostro flusso di esportazioni verso il mercato russo è cospicuo, contrariamente al caso degli Stati Uniti. Credo, inoltre, che sia un errore quello di spingere la Nato ad estendersi verso tutti i Paesi confinanti con la Russia. L’esistenza di zone-cuscinetto fra le grandi potenze è sempre stato uno strumento per minimizzare la possibilità di tensioni e di conflitti. Una politica che noi abbiamo saggiamente portato avanti in passato”. Chi l’ha detto? Un “capataz” leghista beccato in atteggiamenti sospetti con qualche oligarca russo nella hall di un albergo di Mosca? No. Il virtuoso distillatore di tali cristalline idee è Romano Prodi.

Sono in un’intervista rilasciata dal “padre dell’Ulivo” a RiEnergia il 18 novembre 2016 in merito alla vittoria elettorale di Donald Trump negli Usa. La perla di saggezza è una parte della risposta data dal “professore” alla domanda: “Dove si collocano, e dove dovrebbero collocarsi, l’Europa e l’Italia nel nuovo contesto?”. Seguendo il metodo pregiudizialmente diffamatorio di Enrico Letta nell’interrogare Matteo Salvini, dovremmo mettere in relazione il contenuto dell’intervista con quanto detto da Prodi sui rapporti Italia-Russia alla seconda edizione del Forum eurasiatico organizzato a Verona nell’ottobre 2013. In quella circostanza l’ex-premier italiano elogiava Vladimir Putin per la soluzione diplomatica adottata nel conflitto siriano.

Queste le sue parole: “Gli americani volevano decidere da soli e fare una cosa che gli altri non volevano fare. La Russia ha risolto la situazione costringendo ad applicare il multilateralismo, la dimensione nuova dei rapporti internazionali”. C’è poi la questione dei rapporti amicali intrattenuti da Prodi con l’establishment del Cremlino – l’ultima notizia nota in merito è la telefonata fatta dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov “all’amico” Prodi, in occasione della visita del capo della diplomazia russa al premier italiano Mario Draghi il 30 agosto 2021.

Ora, attenendoci alla faziosità del “metodo Letta” Matteo Salvini dovrebbe domandare con la medesima perentorietà usata nei suoi confronti: dica il professore Romano Prodi se ha ricevuto denari dalla Russia; se li hanno ricevuti gli istituti, le fondazioni o gli esperti a lui riconducibili; se ha intrattenuto o mediato rapporti di affari con esponenti del mondo politico e finanziario moscovita, in particolare nel settore economico dell’energia; se ha offerto consulenze professionali a colossi russi del comparto degli idrocarburi e se sì quali e per quale ammontare degli emolumenti; se è vero che gli venne offerta dal Cremlino la presidenza del gasdotto South Stream, che avrebbe dovuto portare il gas russo in Sud Europa bypassando l’Ucraina.

Ascoltiamo cosa risponde l’interessato, se risponde, cosa dicono i suoi fans del Pd e cosa scrivono sull’argomento i segugi della canea dell’informazione al servizio del “regime”. È un modo squallido di fare campagna elettorale, ma se è questo che vogliono gli onest’uomini del progressismo, se è a sberle che deve finire, è opportuno che il centrodestra si adegui. Lo abbiamo scritto e lo ribadiamo, esistono circostanze nelle quali è meglio essere veterotestamentari e quindi applicare la legge biblica dell’occhio per occhio che ostinarsi a porgere l’altra guancia, come prescrive il Vangelo.