A chi parla la sinistra

Un dato che ormai da tempo è sotto gli occhi di tutti ci dice che il Partito Democratico esercita sempre minor attrattiva nei confronti dei ceti meno abbienti e che addirittura – secondo “Il Fatto quotidiano” – sarebbe invece il primo partito nelle preferenze di coloro che, in Italia, possano vantare un reddito mensile superiore a cinquemila euro. E non penso che siano moltissimi.

La cosa, in sé strabiliante, non deve stupire oltremodo, solo che si consideri come la sinistra italiana già da diversi anni abbia abbandonato in modo progressivo e quasi insensibilmente il ruolo di rappresentanza dei gruppi sociali di tradizionale riferimento, per accostarsi o addirittura identificarsi con altre realtà con quelli incompatibili: si pensi alle banche (come dimenticare il grido di giubilo di Piero Fassino a proposito del Monte Paschi di Siena: “Abbiamo una banca!”?), alle finanziarie, alle cooperative rosse che tali sono quali contribuenti, ma divengono vere società di capitali quando accumulano vere fortune, al mondo dell’alta finanza nazionale e internazionale.

Invece, credo che vada messo in luce un fenomeno che in qualche modo possa spiegare quanto accaduto, senza limitarsi alla sua semplice descrizione nei termini banali e scontati della perdita di un’autentica coscienza politica. Probabilmente, a partire dalla caduta del muro di Berlino, la sinistra italiana ha dovuto dolorosamente constatare come non fosse più possibile riferirsi – al punto da farne un vessillo ideologico – al tradizionale internazionalismo che per decenni aveva guidato la strategia politica della classe operaia, sulle orme del celeberrimo invito operato dal Manifesto del Partito Comunista: “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”. La situazione politica che si è determinata con il crollo di tutti i regimi comunisti dell’Est europeo, compresa l’Unione Sovietica, non consentiva più di utilizzare in sede di confronto politico la semplificazione marxista in chiave di internazionalismo.

Tuttavia, questo messaggio ideologico che per decenni aveva nutrito la sinistra italiana, non potendo evidentemente estinguersi in pochi anni, le è rimasto dentro come un deposito nascosto che, al momento opportuno, è venuto fuori sotto un’altra forma, la forma inevitabile di un surrogato. Nasce così, e si afferma in breve tempo, la passione che la sinistra italiana sembra inguaribilmente mostrare per la finanza internazionale, l’attenzione per i mercati, l’ossessione per lo “spread”, la vicinanza con i grandi investitori italiani e stranieri. In altre parole, la sensibilità per ciò che oggi viene definito, con un termine ormai inflazionato, come globalizzazione.

So bene come questo fenomeno planetario non possa essere ridotto semplicisticamente agli elementi sopra accennati, ma rimane un fatto che esso attrae in modo invincibile gli esponenti più autorevoli della sinistra italiana. Costoro, probabilmente, son caduti in una sorta di tranello politico-culturale del quale non si sono resi pienamente conto: orfani dell’internazionalismo proletario, si sono dati anima e corpo a un suo surrogato subito utilizzabile: la globalizzazione. Ma così, come la cicoria non è caffè, la globalizzazione non ha nulla dell’internazionalismo marxista, se non una generica e ambigua utilizzabilità in chiave anti-nazionalista. Ecco, dunque, i vertici della sinistra irridere la destra, accusata di nazionalismo e di populismo, di non capire i tempi in cui viviamo, di non riuscire ad accedere alla logica dei mercati globalizzati.

Parallelamente, la sinistra mena vanto di sapersi muovere nel mondo globalizzato, di saper tenere in ordine i conti pubblici, di poter garantire, essa soltanto, le finanze delle imprese italiane. Mena vanto, cioè, di essersi persa per strada, divenendo altro da ciò che dovrebbe essere, ma senza capirlo e senza saperlo. Risultato ovvio e scontato: i ceti meno abbienti, i disoccupati, i giovani non votano più a sinistra, ma preferiscono la Lega o la destra sociale per sentirsi adeguatamente rappresentati. Perché meravigliarsi?