Il carcere non porta voti

C’è un allarme silenzioso e silenziato che non trova (mai) il giusto spazio sull’informazione dominante in Italia: dall’inizio dell’anno sono 59 (numeri ufficiali) i detenuti che si sono tolti la vita, alla media di uno ogni cinque giorni. Non si contano poi i numerosissimi atti di autolesionismo. Assente dal dibattito politico in questa campagna elettorale, la questione Giustizia dovrebbe invece acquisire un peso specifico dirimente, centrale, ineludibile, al pari naturalmente della condizione della comunità penitenziaria (operatori compresi).

È il desolante quadro di un malessere cupo che affonda le sue radici nel totale disinteresse verso l’esecuzione penale. All’inerzia del mondo politico si contrappongono comunque lodevoli eccezioni, come l’Unione delle Camere Penali Italiane, che attraverso il suo Osservatorio Nazionale denuncia le innumerevoli violazioni di legge perpetrate nei confronti dei detenuti, in palese contrasto con i principi costituzionali. Senza dimenticare che le problematiche relative alla detenzione rimangono sempre al centro delle battaglie delle associazioni di settore. A cavallo di Ferragosto era stata proprio l’Ucpi a scrivere ai politici chiedendo impegni concreti e programmatici in tema di giustizia anche per rispetto dei cittadini-elettori. Fra i 5 punti si è posto l’accento sul “Rilancio della riforma dell’ordinamento penitenziario quale disegnato dal prezioso lavoro degli stati generali dell’ordinamento penitenziario del 2017, condiviso da magistratura, avvocatura, personale della amministrazione penitenziaria e operatori carcerari”.

“Le condizioni di vita nelle carceri italiane sono tra le peggiori d’Europa – ha scritto l’Ucpi – Nonostante le procedure di infrazione e le condanne Edu, sovraffollamento e precarietà della situazione igienico-sanitaria sono la costante; lo Stato non si è rivelato in grado di garantire gli standard minimi previsti dalle Convenzioni internazionali e comunque di dare risposte strutturali adeguate. È necessario ritrovare la consapevolezza istituzionale per operare secondo Costituzione. I principi costituzionali impongono che sia finalmente abbandonata l’idea carcerocentrica della sanzione penale e le ostatività; debbono invece essere valorizzate le forme alternative alla detenzione, il potenziamento di percorsi di reinserimento, l’ampliamento dei casi di oblazione e il ricorso a condotte riparatorie. Fondamentale è da parte del Legislatore una concreta opera di depenalizzazione. L’intervento riformatore dovrà avere ad oggetto l’intera materia dell’esecuzione penale; in questa prospettiva è necessario recuperare il prezioso lavoro svolto dagli Stati Generali dell’Esecuzione Penale promossi nel 2017, le cui pregnanti risoluzioni non sono state fino ad oggi recepite in specifici provvedimenti legislativi. Il carcere non può essere la risposta ai fenomeni di marginalità sociale ma l’extrema ratio in assenza di alcuna altra possibilità di esecuzione alternativa della pena e comunque in esso devono essere garantite condizioni per il recupero del condannato. La custodia cautelare in carcere non può che assumere la dimensione di misura residuale, dovendosene limitare il ricorso solo alle ipotesi di gravi reati e per esigenze di cautela che non possono essere affrontate con altre modalità”. A sottolineare questo disagio, neanche a dirlo, è Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti dei detenuti, secondo il quale “il carcere non porta voti”.

C’è poi una contabilità delle morti nelle patrie galere che non rientra nelle statistiche: se ad esempio un detenuto che ha tentato il suicidio in carcere entra in coma, va in ospedale, ma morendo tempo dopo all’interno del nosocomio non viene contabilizzato tra i suicidi negli istituti penitenziari. È lo stesso Palma a lanciare un appello a tutti i partiti e ai loro leader di riferimento: “Il carcere richiede uno sguardo ampio e prospettico capace di superare la tendenza di gran parte dell’attuale dibattito politico a guardare solo all’immediato”. Poi l’invito del Garante alle forze politiche e ai candidati “a mettere al centro dei loro programmi il tema dell’esecuzione penale, non per proporre facili e talvolta vuoti slogan di bandiera ma per affrontare concretamente i problemi”.

Palma chiede ai partiti un brusco cambio di rotta, cioè accendere la spia per una finalità che deve essere comune: “Il carcere sia un luogo adeguato per chi vi opera e funzionale per chi vi è ristretto, che dia la possibilità a tutti di tornare nella società. Alcune criticità del sistema possano trovare risposte comuni, su almeno quattro punti, al di là delle diversità di idee sul carcere. Proposte che non possono non trovare spazio nel dibattito preelettorale, nei programmi e negli impegni dei partiti e delle coalizioni”.

Riportare temi di questa portata all’attenzione dell’opinione pubblica significherebbe misurare a che punto è il grado di civiltà raggiunto dal nostro Paese, nonostante i Referendum promossi dalla Lega e dai Radicali dello scorso giugno sono stati affossati sul nascere, il tutto grazie alla mordacchia che l’informazione ha messo sul tema.

Condivisibili anche le parole del ministro uscente, Marta Cartabia: “Un efficace sistema di giustizia sia strettamente connesso con il benessere collettivo della vita sociale. Esiste una stretta correlazione tra certezza e tempi della giustizia e ambiente favorevole agli operatori economici”.

Un atto di coraggio, forte, deciso, è quello che si chiede alla politica prima e dopo il 25 settembre.