Centrodestra ai Raggi X: Riforme istituzionali, della Giustizia e della PA

Enrico Letta è alla canna del gas. Dopo aver toppato clamorosamente nella composizione delle alleanze, non sa a che santi votarsi per recuperare credibilità presso l’opinione pubblica. Ma non ha niente di solido da proporre agli elettori. D’altro canto, come potrebbe? Avendo scelto di stare con formazioni partitiche – dalla sinistra massimalista di Nicola Fratoianni all’europeismo acritico di +Europa di Benedetto Della Vedova ed Emma Bonino – che percorrono traiettorie politiche antitetiche, al confuso segretario del Partito democratico non resta che vomitare insulti sugli avversari politici. Tuttavia, delle molte ingiurie riversate sul centrodestra il solo argomento che merita di essere esaminato è la critica alla proposta, fortemente spinta da Giorgia Meloni, di modifica dell’architettura costituzionale in senso presidenzialista.

Per il leader “dem” il passaggio al presidenzialismo sarebbe la conferma della torsione autoritaria da lui più volte richiamata nell’anatema, menzognero ma efficace, “con la destra torna il fascismo”. Dice Letta, intervistato a Radio Capital: “Per me la questione chiave è il presidenzialismo, lo ha detto Silvio Berlusconi, con una maggioranza larga possono cambiare la Costituzione, introducono il presidenzialismo e dicono a Sergio Mattarella ti dimetti. Fanno un danno al Paese perché dopo aver cacciato Mario Draghi ora vogliono cacciare Mattarella”. È concreto il pericolo paventato dal segretario “dem”? La risposta è nell’accordo quadro di programma del centrodestra che al punto 3 affronta il tema. La coalizione intende procedere all’elezione diretta del presidente della Repubblica.

Niente di più. Ciò ha un significato di straordinario valore democratico. Il fatto che non si preordini la dettagliata modifica dei poteri e delle prerogative che il dettato costituzionale in vigore assegna al capo dello Stato evidenzia la volontà della coalizione di riformare l’organo costituzionale con l’ampio coinvolgimento di tutte le forze che siederanno nel prossimo Parlamento. Quindi, nessun colpo di mano della maggioranza ma dialogo costruttivo tra le forze di governo e quelle di opposizione, a prescindere dai numeri di cui la futura maggioranza potrà godere in conseguenza del risultato elettorale. Ma Enrico Letta insiste. Per lui il pericolo che il prossimo 25 settembre il centrodestra possa fare il pieno dei seggi parlamentari, ben oltre il risultato ottenuto nelle urne, è reale. La causa dell’anomalia, a parere di Letta, va ricercata nella pessima legge elettorale, il “Rosatellum”, che nella frazione dell’uninominale favorirebbe la coalizione più coesa rispetto alla frammentazione degli sfidanti.

Argomentazione alquanto bizzarra se si considera che la riforma del meccanismo elettorale, oggi ripudiata, sia stata voluta e votata dal Partito democratico. L’estensore del testo di legge di riforma è stato Ettore Rosato (perciò “Rosatellum”), che all’epoca della sua approvazione, nel 2017, era il capogruppo alla Camera del Partito democratico. E poi, se era tanto sbagliata perché la legge non è stata modificata nel corso della legislatura che si è appena chiusa? I dem, per vanificare l’utilità della costruzione di coalizioni allargate, avrebbero potuto imporre all’alleato grillino un ritorno al proporzionale allineandolo al taglio dei parlamentari, approvato in via definitiva dalla Camera l’8 ottobre 2019 anche con il voto del Pd. Perché non l’hanno fatto?

Dalla palese contraddizione della tesi di Letta si evince che il presidenzialismo additato come minaccia alla tenuta democratica dello Stato sia solo un debolissimo argomento di campagna elettorale per nulla apprezzato dagli italiani. Più convincente, invece, è il programma del centrodestra in materia di grandi riforme istituzionali. Nell’accordo quadro è scritto che si andrà avanti sulla strada del federalismo fiscale; vi sarà il pieno “riconoscimento delle Autonomie ai sensi dell’articolo 116, comma 3 della Costituzione, garantendo tutti i meccanismi di perequazione previsti dall’art. 119 della Costituzione”; si lavorerà alla “Valorizzazione del ruolo degli enti locali”. Il che significa: maggiore autonomia alle regioni perché vicine alle esigenze quotidiane dei cittadini, ma niente fughe in avanti da parte dei territori più ricchi rispetto a quelli più poveri.

Non si correrà il rischio che la separazione tra un’Italia di seria A, al Nord, e una di serie B, al Sud, che da decenni è una realtà fattuale di un Paese che viaggia a due velocità, diventi una condizione strutturale del sistema socio-economico nazionale. Non si tratta di fare un favore ai meridionali ma è la presa d’atto di una verità incontrovertibile: il Paese cresce se tutte le sue parti armonicamente crescono. Un Sud perennemente depresso finirebbe per trascinare a fondo anche un Nord più reattivo sul lato dello sviluppo economico. Tuttavia, nessuna riforma dell’architettura istituzionale dello Stato può funzionare se prima non si mette mano alla riforma delle riforme che è il funzionamento della Pubblica amministrazione. Il centrodestra ne è consapevole. La lotta alla burocrazia, che tarpa le ali alla modernizzazione del Paese, è una priorità assoluta.

Il pacchetto di provvedimenti proposti nell’accordo quadro è ciò che serve per emanciparsi dal passato. “Principio della pari dignità fra Pubblica amministrazione e cittadino; Delegificazione e deregolamentazione per razionalizzare il funzionamento della Pubblica amministrazione; Digitalizzazione, efficientamento e ammodernamento della Pubblica amministrazione; Semplificazione del Codice degli appalti”. È ciò che si deve fare. La raccomandazione che sentiamo di trasmettere ai leader della coalizione è di non farsi assorbire completamente dalla contingenza, che per quanto gravissima non cancella il futuro. Sarà come è stato per la pandemia. C’è sempre un “dopo” da cui ripartire. La guerra contro la Russia finirà e i prezzi delle materie prime caleranno. Sarà quello il momento della ricostruzione. Il come presentarsi all’appuntamento con il proprio destino varrà quanto il presentarsi stesso al nastro della ripartenza.

Una macchina-Italia più snella, affrancata dai lacciuoli di una burocrazia paralizzante, sarà garanzia di successo nel percorso accelerato di recupero della crescita. Quello che ci apprestiamo a vivere sarà il tempo della destra. Se vi è da ripensare la globalizzazione e se, come afferma il politologo Lorenzo Castellani in un’intervista a Il Giornale: “Price cap, nazionalizzazioni (come quelle avanzate in Francia da Macron), prezzi amministrati, controllo dei capitali, ritorno ai contratti di fornitura a lungo termine sono tutti segni del fatto che il sistema neoliberale è oramai al tramonto”, solo una destra responsabile, che abbia fatto fino in fondo i conti con le proprie contraddizioni, sarà in grado di corrispondere alle istanze di cambiamento radicale che gli eventi di questo tempo storico impongono.

Enrico Letta con le sue intemerate lunari rende plastica la differenza tra una classe dirigente – della sinistra – che, con la crisi della globalizzazione, è diventata drammaticamente inattuale e una classe dirigente di centrodestra, allineata al presente, pronta, perché maturata negli anni della Seconda Repubblica, a guidare la transizione verso un nuovo paradigma sociale ed economico nel segno di una diversa declinazione comune del liberalismo e del conservatorismo. Nel punto 3 dell’accordo di programma vi è una parte dedicata alla riforma della Giustizia. Per il commento rimandiamo alla lettura dei pregevoli interventi apparsi sul nostro giornale in questi giorni, riservandoci soltanto il piacere di apporvi un’etichetta fortemente evocativa: “Garantismo, è il tuo nome”. Atteso che ci è familiare dare pagelle, per antiche consuetudini nelle quali mai fummo di manica larga, il giudizio sintetico su questo specifico punto programmatico lo affidiamo a un numero. Voto: 8.