Giorgia Meloni e la sindrome di Calimero

Cosa succede a Giorgia Meloni? Si fa fatica a capirla. D’accordo, la “pasionaria della Garbatella” – nel senso del quartiere collocato nell’ottavo Municipio capitolino – avverte il bisogno di presentarsi agli italiani in una veste che ne esalti l’affidabilità e la moderazione, ma non bisogna esagerare nel mostrarsi eccessivamente accondiscendenti, soprattutto verso coloro che non sono estranei alle scelte che hanno spinto il nostro Paese verso il baratro. Attenta Giorgia, accondiscendenza fa rima con arrendevolezza e questo non va bene. Alcuni passaggi del discorso della leader di Fratelli d’Italia al Forum Ambrosetti di Cernobbio ci lasciano perplessi. Se oggi i sondaggi dicono che lei ha il vento in poppa e che tra venti giorni ha buone possibilità di essere il premier in pectore del prossimo Governo, è perché una cospicua parte di elettori pensa di affidarle le chiavi del proprio destino. A fare aggio nelle urne è la sua diversità rispetto a tutti gli altri leader di partito che sono stati, e formalmente ancora sono, sul ponte di comando del Governo Draghi. Se gli italiani puntano su di lei, è perché ritengono che gli altri non siano stati in grado di tutelare gli interessi nazionali. Se la vogliono, è perché sperano che le cose cambino realmente: che la si faccia finita con una politica dominata dalle mosche cocchiere dell’establishment. Insomma, vogliono discontinuità rispetto al passato, prossimo e remoto. Se così non fosse, gli elettori sceglierebbero soluzioni in linea con ciò che è stato fatto negli ultimi mesi. Voterebbero in massa Enrico Letta o Carlo Calenda. Invece, sondaggi alla mano, sembra che non abbiano alcuna intenzione di farlo, almeno non la maggioranza degli elettori.

Rebus sic stantibus, sarebbe naturale attendersi dalla leader emergente discorsi netti sulle prospettive prossime dell’Italia. Sarebbe normale che il capo del partito d’opposizione al Governo Draghi, se non con un attacco frontale, quanto meno dichiarasse una presa di distanza da chi c’è stato prima e promettesse di cambiare rotta. Invece, a Cernobbio, nel salotto tarlato dei “poteri miopi” italiani, cosa siamo costretti a sentire dalla première dame della destra? “Draghi bravissimo ma perché non ha funzionato come poteva? Perché siamo una Repubblica parlamentare. Se ricominciamo a mettere insieme i partiti che oggi fanno finta di farsi battaglia avremmo sempre lo stesso problema: non avremo una visione”.

Ma come, Draghi bravissimo? Se siamo in questo “casino” lo dobbiamo anche a lui, al suo irresponsabile atto d’imperio con il quale ha spostato su posizioni di contrapposizione radicale l’ultradecennale baricentro della politica estera italiana, orientato al dialogo e alla prudenza verso l’Unione Sovietica prima e la Federazione Russa dopo. Questo disallineamento al tradizionale “altro Atlantismo” della politica estera italiana negli anni a venire ci costerà ben più caro di quanto implicherà sugli altri Paesi europei. Anche circa il supposto prestigio mondiale dell’attuale premier ci sarebbe qualcosa da dire. Se Mario Draghi è così influente all’estero come vogliono far credere gli orfanelli del centrosinistra, perché in sei mesi dallo scoppio del conflitto russo-ucraino nessuna delle sue proposte, in verità poche, è passata in sede comunitaria? L’introduzione del tetto europeo al prezzo del gas? Se ne parlerà con scarso entusiasmo tra qualche giorno a Bruxelles solo perché la Germania ha aperto alla possibilità d’introdurlo e non certo perché l’abbia proposto il premier italiano. Mario Draghi va via per una propria scelta e non perché qualcuno lo abbia messo alla porta. Se ne va perché sa di non potercela fare a mettere in sicurezza il Paese adesso che il peggio sta per accadere. Perché la Meloni queste cose non le dice, preferendo unirsi al coro delle prefiche di centro e di sinistra che intonano il canto del “Draghi santo subito”? D’accordo il buonsenso e bene la prudenza, ma perché la leader di Fratelli d’Italia non ha rispedito al mittente, immediatamente e con risolutezza, le polpette avvelenate che circolano nelle redazioni dei giornali a proposito di una disponibilità assicurata all’inquilino del “Colle” di concordare la scelta delle personalità che dovranno andare ai ministeri chiave dell’Interno, dell’Economia, degli Esteri, della Difesa in un futuro Governo di centrodestra? Come se la coalizione non avesse una squadra di persone competenti da schierare in prima linea. Come se il centrodestra, figlio di un dio minore, dovesse farsi dettare il compitino dal maestro di turno per passare l’esame di ammissione alla politica con la P maiuscola.

Se Giorgia Meloni, a un palmo dalla vittoria elettorale, è pronta a mettersi totalmente nelle mani del Capo dello Stato perché possa lui pilotare da remoto, per usare un’espressione molto in voga, anche un eventuale Governo di centrodestra, qualcuno potrebbe domandarsi: che senso ha buttare fuori dalla porta quella sinistra che si prepara, con l’imprimatur quirinalizio, a rientrare dalla finestra attraverso i cosiddetti profili “tecnici”? Se anche per la Meloni Mario Draghi è il genio della lampada di cui l’Italia non può fare a meno, perché non tenercelo? Perché cambiare? Ma Giorgia si rende conto di ciò che dice o la febbre della campagna elettorale le annebbia il pensiero?

E poi, stare continuamente a rintuzzare Matteo Salvini è francamente stucchevole. D’accordo con la necessità di dimostrare il proprio atlantismo senza ombra e macchia; ci sta lo spirito di competizione tra capi della coalizione in corsa per il primo posto, tuttavia bisognerebbe prestare attenzione alle cose che dicono gli alleati, soprattutto se sono cose di buonsenso. Matteo non ha torto quando solleva il dubbio che la strada delle sanzioni contro la Russia, adottata dall’Occidente, non stia sortendo gli effetti desiderati. Di certo, sta mettendo in ginocchio i Paesi che le sanzioni le hanno volute e applicate, a cominciare dall’Italia. Non lo dice soltanto lui. Autorevoli analisti stranieri, non certo amici di Vladimir Putin, come il mitico Edward Luttwak, giungono alle medesime conclusioni del leghista. Ora, se il meccanismo non funziona, chiedere di ripensarle è forse abiurare il dogma dell’infallibilità dell’Occidente? La Meloni sconfessa il suo alleato, lasciando intendere che con lei al Governo non muterà la rigidità suicida adottata da Mario Draghi nei rapporti con Mosca. Non è una posizione particolarmente intelligente. Prima o poi un dialogo con il nemico sarà ristabilito perché non si potrà andare avanti all’infinito con una guerra strisciante come quella in cui ci siamo cacciati. Quando accadrà, saranno altri gli interlocutori chiamati a negoziare con Mosca, non più l’Italia che ha scelto per sé il ruolo di sentinella lasciata a guardia del bidone di benzina, vuoto. Tra amici non devono esserci ombre.

Perciò alla Meloni lo diciamo adesso prima che sia troppo tardi per fare retromarcia. Se come italiani è giusto non finire schiacciati sotto il tallone del tiranno russo, ugualmente vorremmo essere rassicurati che, per meschini interessi di bottega interna ai conservatori europei, non si finisca dalla padella alla brace, cioè a fare la parte in commedia dei palafrenieri del Governo polacco contro il “nemico ontologico” (per i polacchi) che sta al Cremlino. Può darsi che il nostro sia un allarme eccessivo per una tempesta scatenata in un bicchier d’acqua. Tuttavia, certe prese di posizione e certi discorsi stonati ci preoccupano. Non dimentichi la leader Meloni che le elezioni bisogna innanzitutto vincerle e per farlo occorre che il prossimo 25 settembre la maggioranza degli italiani vada ai seggi e voti per il centrodestra. Visto il modesto spessore politico degli sfidanti, l’unica cosa che devono temere Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi è l’astensionismo. Confondere le idee agli elettori con espressioni dal retrogusto larvatamente remissivo verso l’avversario non ci sembra una genialata. Giorgia Meloni non faccia come il povero Calimero, il pulcino “sfigato” di una pubblicità di detersivi degli anni Sessanta, sempre a lamentarsi perché piccolo e nero. Nella favola animata ci pensava l’olandesina del detersivo a tirare su il morale al pulcino. Gli diceva “Calimero tu non sei nero, sei solo sporco” e subito giù, di olio di gomito e detersivo per sbiancarlo. Sarebbe auspicabile che Giorgia restasse così com’è, senza avvertire la necessità che qualcuno, che sia l’inquilino del Quirinale o lo stesso Mario Draghi o qualche trombone con le terga imbullonate in qualche remoto ufficio di una delle tante “city” che popolano l’Occidente finanziario, si preoccupi di darle una mano di vernice per renderla “passabile” agli occhi di quelli che contano.