Pandemia, la coerenza di Giorgia Meloni

La politica italiana è, in buona misura e da molti anni, colpita dal morbo dell’incoerenza e del trasformismo, forme specifiche del generico opportunismo, dietro alle quali si celano spesso intenti meramente affaristici. Se dunque l’incoerenza è un elemento costante che caratterizza molti politici e i loro partiti, un leader che invece per coerenza spicca, è certamente Giorgia Meloni, che ha sempre unito la concretezza dell’azione alla consequenzialità delle idee, rischiando in proprio per difenderle. Un recentissimo esempio, che per i suoi contenuti di principio è di importanza fondamentale, ci viene dalla posizione che la presidente di Fratelli d’Italia ha assunto sui cosiddetti vaccini anti-covid e sulla gestione della pandemia causata dal virus cinese. Ha sempre manifestato dubbi sull’opportunità e sull’efficacia della vaccinazione (denunciando la dittatorialità dei vaccinisti: «chi ha dubbi è trattato da terrorista»), cautela verso un fluido non accertato («questo è un vaccino in sperimentazione, che finisce nel 2023»), rispetto per le teorie di Luc Montagnier, totale contrarietà alla vaccinazione dei bambini, oltre a una argomentata critica delle restrizioni personali e delle chiusure forzate delle attività produttive. A differenza di altri partiti sedicenti liberali, lei e il suo partito hanno sempre votato contro le proposte di legge che, in varie forme, spingevano alla vaccinazione anti-covid, opponendosi infine allo scellerato decreto del 7 gennaio che la imponeva per legge.

E quindi, in piena coerenza, Meloni annuncia ora l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta su quella che definisce «la disastrosa gestione della pandemia», una commissione dinanzi alla quale «ognuno sarà chiamato ad assumersi le proprie responsabilità», e che fissa come «una delle prime cose che faremo ad inizio della prossima legislatura». Con queste premesse si potrà finalmente fare chiarezza su omissioni e reticenze, superficialità e dogmatismi, disposizioni e obblighi connessi con quella vaccinazione di massa che si rivela sempre più come un’ideologia tecno-burocratica che ha prodotto danni accertati e che, purtroppo, continueranno a verificarsi. La necessità e l’urgenza di un’inchiesta parlamentare di questo tipo sono date dalla consistenza del contesto (l’estensione della crisi pandemica), dall’importanza dell’oggetto (la gestione istituzionale, politica, sanitaria ed epidemiologica) e dalla gravità delle conseguenze (la tragica e imponente serie dei decessi, come pure la sequenza spesso altrettanto tragica degli effetti collaterali, clinici ed economici). Si tratta dunque di accertare responsabilità, a tutti i livelli e in tutti i settori.

E rispondere a interrogativi inquietanti: molti dei decessi che hanno funestato questi due anni e mezzo di pandemia erano evitabili? Perché le autorità politiche e sanitarie hanno sostanzialmente inibito l’uso, soprattutto domiciliare, di farmaci che, evidenze alla mano già ad aprile 2020, curavano la malattia salvando la vita ed evitando pure le ospedalizzazioni? Perché il vaccino veniva iniettato in assenza di un consenso informato autentico? Perché lo Stato non si è mai assunto la responsabilità giuridica e legale dell’inoculazione di massa che stava più o meno imponendo ai cittadini? Perché a tutt’oggi non sono stati resi pubblici i dati sull’efficacia (ovvero sull’inefficacia) dei vaccini? O forse quei dati non sono nemmeno stati scientificamente raccolti? Perché i medici vaccinatori hanno sistematicamente, pervicacemente e aprioristicamente negato (con superficialità, arroganza e violenza che si addicono a burocrati e non a medici) l’esenzione dalla vaccinazione a persone con problemi di salute che la sconsigliavano? Perché le istituzioni politico-sanitarie hanno letteralmente demonizzato coloro che non volevano, per motivi clinici o per altre ragioni, assumere gli pseudovaccini? Perché quelle medesime istituzioni sono arrivate fino al punto da imporre – caso unico fra i paesi occidentali – la vaccinazione indiscriminata per legge, e non solo per tipo di attività lavorativa? E poi, quanti sono i danni economici causati dalle chiusure che sono state imposte agli imprenditori? Quali interessi si celano dietro all’esclusione di qualsiasi terapia precoce (e quindi domiciliare) che non prevedesse l’inutile «vigile attesa» e l’inevitabile conseguente ospedalizzazione? E quindi perché, se il problema principale sembrava essere l’intasamento degli ospedali, lo Stato non ha favorito ogni tentativo terapeutico domiciliare, anziché affidarsi alla sequenza che portava alla rianimazione e all’intubazione? E ancora: quanto costerà al sistema sanitario curare gli effetti collaterali negativi causati dai vaccini? Fin d’ora si può prevedere che, sul medio periodo, saranno di gran lunga superiori ai costi delle ospedalizzazioni che i burocrati della sanità pubblica (epidemiologi, politici e amministratori) dicevano di temere al punto da somministrare uno pseudo-vaccino come tentativo di limitare quei costi.

Queste domande non sono aggirabili e le risposte non sono procrastinabili: la verità non può attendere. Se i governi di larghe intese (ma di ristretta concezione della libertà) non si sono nemmeno posti il problema, un governo che si ispiri ai princìpi del liberalconservatorismo deve invece – come appunto annunciato da Giorgia Meloni – affrontare definitivamente la questione, e porre le basi affinché quelle sciagurate – illiberali e letali – decisioni non si ripetano mai più.

Partiamo da un dato oggettivo. Oggi sembra che i media abbiano scoperto l’efficacia (tale da evitare al 100% l’intubazione) del protocollo anti-covid che il professor Giuseppe Remuzzi aveva pubblicato già un anno e mezzo fa, ma che non era mai entrato nel famigerato protocollo ministeriale. Si tratta di un dato clamoroso (sebbene noto già da oltre un anno) e sconvolgente, che legittima a ritenere che la gestione statale sia stata catastrofica. Infatti, fin dalla primavera 2020, centinaia di medici (farmacisti, medici di base, specialisti di varie patologie, perfino primari ospedalieri), sulla base della loro esperienza diretta e incontrovertibile, e supportati da alcuni scienziati non asserviti alle cordate dominanti (come per esempio il già citato Luc Montagnier, che un infettivologo nostrano si è permesso di insultare con un epiteto volgare, che ben definisce lo spessore morale oltre che scientifico di chi lo ha pronunciato), praticavano terapie farmacologiche domiciliari efficaci (identiche o analoghe al protocollo Remuzzi) che gli zelanti funzionari ministerial-sanitari osteggiavano perfino con soprusi, minacce e punizioni. Perché questo vasto, eterogeneo e autorevole schieramento spontaneo ed eroico di medici e scienziati è stato sistematicamente denigrato e boicottato dalle istituzioni e dal loro gruppo scientifico di riferimento (in particolare quello legato all’Organizzazione Mondiale della Sanità, sul cui operato bisognerebbe finalmente aprire un’indagine internazionale)?

Daniele Capezzone, uno dei pochi intellettuali di centrodestra a essersi battuto con coraggio e coerenza per la libertà personale e la verità fattuale, aveva proposto di prendere lo spunto dall’emergenza pandemica per svolgere una grande, corale e sincera riflessione sulla scienza, sulla sua essenza e sui suoi limiti, sulle sue implicazioni politiche e morali. È rimasto inascoltato, ma ha indicato una via. Nel suo insieme, infatti, la questione gestionale della pandemia non è solo sanitaria e politica, perché rappresenta una crepa nel sistema delle libertà di base che ritenevamo acquisite, un angosciante episodio che ha spezzato la fiducia dei cittadini nei confronti dello Stato e che ha costretto persone tranquillissime, rispettose e rispettabili, a reagire con vigore a una violenza coercitiva percepita (giustamente) come iniqua e accertata oggi come vessatoria e inutile.

Tutto ruota intorno alla libertà e a come viene intesa. La libertà di un popolo si fonda sulla libertà individuale; la tesi inversa, che cioè la libertà personale si fondi su quella del popolo, è marxismo, in quanto corrisponde esattamente all’idea secondo cui la società determina la coscienza individuale: questo è materialismo storico, determinismo sociale, positivismo, socialcomunismo. È invece la coscienza personale a determinare la società: questo è liberalismo, conservatorismo, cristianesimo, platonismo e perfino, in certa misura, illuminismo (Kant).

Di questo fondamento assoluto della civiltà occidentale i sostenitori dell’inoculazione obbligatoria (e della conseguente colpevolizzazione di chi la respingeva) hanno fatto strame: i neomarxisti e i sinistri in generale applicando le loro teorie di riferimento; i sedicenti liberali negando le loro teorie di riferimento; i burocrati, privi di qualsiasi teoria, semplicemente esercitando il loro bieco potere. Tutto ciò va sottolineato, affinché non si riaffacci più quella negazione del liberalismo, del conservatorismo e del cristianesimo che è stata la martellante imposizione alla vaccinazione, e affinché i loro fautori non restino impuniti e non possano reiterare il reato di lesa libertà e l’errore di lesa civiltà.

Gli epidemiologi che hanno inneggiato a questa «vaccinazione» di massa da zero a cento (anni) si sono comportati in linea con le loro dogmatiche e positivistiche teorie, chiuse nella loro ottusità metodologica, e lo stesso vale per i burocrati, ma i politici che hanno imposto quell’inoculazione indiscriminata con il fluido sperimentale, macchiando indelebilmente la loro immagine pubblica, hanno rotto la fiducia che i cittadini di orientamento liberalconservatore avevano nei loro confronti, al posto della quale è subentrata, nel migliore dei casi, una profonda diffidenza e, nel peggiore, un’irremovibile riprovazione. Quei politici che, schiuma alla bocca, hanno sadicamente e opportunisticamente costretto la popolazione all’odioso ricatto di dover subire un vaccino che si è dimostrato inutile e dannoso in egual proporzione, hanno stracciato la libertà personale di cui si erano fino a quel momento riempiti quella medesima bocca. Ora Giorgia Meloni e il suo partito rappresentano la condizione di possibilità che quella frattura nella libertà non si ripresenti più. Ed è la libertà che essi, ancora in piena coerenza storico-politica, difendono sostenendo senza esitazioni né retropensieri l’Occidente nell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia: atlantismo come lealtà al patto occidentale, che unisce l’Europa e America (e pure, indirettamente, i paesi europei fra loro) e che non è solo militare (NATO) ma geopolitico e culturale. La libertà, personale e dei popoli, direbbe Giorgia Meloni, si difende sempre: nella emergenza pandemica come nei conflitti internazionali. Questa è coerenza a tutto campo, coerenza strategica.

La tesi fondamentale è dunque: la libertà di scelta nelle cure mediche è intangibile, tanto più se come si è dimostrato in questo caso la cura (il vaccino) non esclude la nocività agli altri (non impedisce cioè il contagio, con tutto ciò che ne consegue). Una persona dev’essere libera di decidere, responsabilmente, se assumere o meno questo vaccino (come qualsiasi altro farmaco); deve poter scegliere come curarsi da questo virus (e da ogni altra malattia) senza sottostare a protocolli burocratici che si sono rivelati ideologici e fallaci, ingannevoli e nocivi. Io devo poter essere libero di accettare o meno un farmaco (o una terapia) che mi venga proposto. Questo è il fondamento della libertà di cura e della libertà personale nella sua accezione più ampia e più propria, ed è anche il principio che deve regolare i rapporti fra malato e medico, secondo la visione di Ippocrate. E uno Stato liberaldemocratico deve non solo permettere ma anche proteggere questa libertà.

Le istituzioni hanno invece agito nella direzione opposta, fuorviando le persone e manipolando la loro scelta. L’inganno si trova all’inizio: aver equiparato l’epidemia di Sars-Cov-2 a una guerra e aver generato un conseguente terrore. Accanto a una «grande menzogna» è stata diffusa la grande paura. Anche questo impianto intimidatorio dovrà essere svelato nelle sue motivazioni e nei suoi interessi: a chi e a che cosa è giovato? In ogni caso, questo è stato il grande trucco e da qui sono discese tutte le oscenità retoriche, le forzature morali e gli abusi legislativi: siamo in guerra e dunque lo Stato può adottare ogni misura che ritiene necessaria per condurla. Abusi, derisioni, insulti, minacce, costrizioni, fino al ricatto finale: se non ti vaccini, non lavori (e se non lavori non mangi). Una rassegna di prevaricazioni i cui fautori, con il pretesto di evitare decessi, hanno riversato le peggiori contumelie sui dissidenti. Una buona indagine psicoanalitica mostrerebbe come nelle menti deboli (e tanto più in quelle sadicamente perverse) le emergenze diventano occasione per sfogare risentimenti e per surrogare frustrazioni, come quel ministro che gongolava davanti alle telecamere per le misure restrittive che avrebbero rinchiuso come topi i non vaccinati, quell’infettivologo che auspicava un’amnistia per i non vaccinati (come se avessero commesso un reato), quel politico vaccinista accanito, capace solo di ripetere come un mantra: ce lo dice la scienza (sì, la scienza burocratizzata che spacciava fandonie per inoculare a tappeto?) o quel sindaco che equiparava i non vaccinati addirittura a disertori da fucilare. Questo lungo campionario di orrori (e di devianze) mentali corrisponde a una precisa tipologia psico-politico-sociale, ed è connesso al delirio di onnipotenza dello scientismo (malattia degenerativa della scienza) oltre che alla devastante arroganza di molti esponenti politici.

Come scriveva il compianto Giorgio Israel, «lo scientista ci dirà che è “evidente” che “il cervello è una macchina di carne”; o persino che “il cervello può essere descritto da un’equazione”. Ma sulla via di questa volgare metafisica scientista e del dogmatismo dei circoli influenti travestito da spirito critico, la cultura scientifica va incontro soltanto al discredito e persegue la diseducazione della gente, con un disprezzo profondo per tutto ciò che non è scienza nel senso più ristretto del termine, proclamando […] la riduzione della mente a una macchina e dei sentimenti a processi fisico-chimici. Questi modesti epigoni della scienza dei secoli passati hanno poi preteso di fare i conti con il pensiero precedente per dichiararne l’irrilevanza e ridurci alla tabula rasa di un analfabetismo di ritorno. E, quel che è peggio, hanno dichiarato la morte del problema etico e morale, riducendo anch’esso a un problema meramente tecnico-scientifico». È da questo punto di vista che vanno denunciati, anche dinanzi al tribunale della scienza, gli specialisti-scientisti che hanno elaborato e fomentato l’ineffabile campagna vaccinale.

Tornando al punto politico, una tesi che si basa su una premessa sbagliata è una tesi fallace: non era in corso una guerra, bensì una grave emergenza, che uno Stato autorevole avrebbe dovuto risolvere senza distruggere la libertà ovvero senza mistificarne il concetto. Giorgia Meloni ha avuto il coraggio di evidenziare questo aspetto cruciale, con poche ma decisive righe (7 gennaio 2022), denunciando la dittatorialità dell’obbligo vaccinale (e poi c’è ancora qualcuno che l’accusa di fascismo): «o firmi il consenso informato assumendoti la responsabilità di una vaccinazione che di fatto ti viene imposta, oppure tolgono il pane dai denti a te e ai tuoi figli. Questo non è obbligo: è estorsione di Stato. Dove sono finiti i liberali di questa Nazione? Dove sono finiti i paladini della Costituzione? Possibile che stiano tutti in silenzio, piegati dalla paura? Perché qui il tema non è più il vaccino: il tema è verso quale tipo di società stiamo andando. Io non intendo vivere sotto un modello para-cinese e voglio dare battaglia perché sui diritti e sui princìpi non intendiamo mediare con nessuno». Non mediare con nessuno, né con i politici né con gli epidemiologi; sulla libertà (e sulla verità) non ci sono mediazioni né scorciatoie, perché la questione della libertà è essenziale tanto quella dell’identità, ed entrambe devono precedere qualsiasi azione. Questo è il nodo, etico e politico, che va sciolto al più presto, affinché non diventi nuovamente un cappio al quale appendere le libertà personali e civili, e con il quale ricattare il popolo.