In Italia si litiga sulle sanzioni, Zelensky affitta la villa in Versilia ai russi

La notizia della sontuosa villa di Volodymyr Zelensky a Forte dei Marmi che sarebbe stata affittata a 45mila euro per il mese di agosto a una signora russa è bene che non venga molto diffusa, perché più di un italiano potrebbe non prenderla bene. Meglio che non la sappiano soprattutto quegli imprenditori costretti a chiudere i rapporti commerciali con importanti clienti russi, e forse anche le loro aziende, e tutti coloro cui si chiederanno enormi sacrifici.

Nonostante le smentite dell’agenzia immobiliare incaricata, sarà bastato poco alle autorità investigative accertare la veridicità dell’indiscrezione. Al di là del fatto davvero curioso che dimostra come anche il ricchissimo presidente ucraino possa inciampare, forse inconsapevolmente, in una grave incongruenza, il discorso va esteso al reale valore delle sanzioni economiche e alle comprensibili obiezioni che possono sollevare. Come dimostrato da eventi più o meno recenti, le sanzioni non solo non piegano il Paese aggressore ma spesso ne rafforzano il regime autocratico. Prendiamo, per esempio, le ultime di cui siamo a conoscenza, quelle decretate dal Consiglio dell’Unione europea già da molti anni per far cadere Bashar al-Assad, in Siria. Esse hanno messo il Paese in ginocchio e l’hanno isolato dal sistema economico e bancario ma, lungi dall’indebolire Assad, hanno condannato la popolazione siriana alla fame, hanno distrutto la società con gravi ripercussioni anche sul sistema sanitario non più in grado di far fronte neppure alle esigenze minimali. Come spesso avviene in queste circostanze, fame, miseria e malattie hanno agevolato l’attivismo delle milizie combattenti integraliste che riescono maggiormente nell’opera di proselitismo proprio quando le situazioni sono di grave disagio.

La politica delle sanzioni come forma di pressione politica fallì anche contro Saddam Hussein che nel 1990 non rispettò le ingiunzioni dell’Onu a seguito dell’invasione del Kuwait. Essa portò al collasso del Paese ed ebbe tragiche conseguenze sulla popolazione civile, soprattutto sui bambini e sulla sanità. Anche in questo caso a trarne beneficio fu il dittatore Saddam che rimase al potere sino al 2003 e fu destituito con ben altri mezzi.

Effetti nulli anche per la Corea del Nord da decenni oggetto di sanzioni che hanno avuto come ricaduta quella di accelerare il riarmo di Pyongyang, ora dotata di missili a lungo raggio e testate nucleari. Il Sudafrica segregazionista può essere riportato come caso di successo, sebbene con risultati non proprio immediati: le sanzioni vennero decretate nel 1964 e il regime crollò nel 1990 non certo solo a causa dell’embargo. Andando più indietro nel tempo, le sanzioni imposte nel 1935 al nostro Paese a seguito dell’invasione dell’Etiopia oltre a rivelarsi inefficaci suscitarono nel popolo italiano un’onda di orgoglio nazionale, poiché ben utilizzate da Benito Mussolini per vestire i panni dell’aggredito dalle “potenze demoplutocratiche”. Durarono ben poco e il loro fallimento assestò un colpo mortale al prestigio della Società delle Nazioni, antesignana dell’attuale Onu.

Tornando alle sanzioni contro la Russia, per ora il boicottaggio del petrolio e del gas ha fatto schizzare alle stelle le quotazioni energetiche, innescando una spirale inflazionistica che rischia di mettere sul lastrico le economie occidentali. Non sono note le conseguenze su quella russa, anche se secondo i dati delle dogane cinesi la Cina da gennaio a giugno ha aumentato del 28,7 per cento il volume delle importazioni di gas naturale liquefatto da Mosca e il rublo è noto che non sia stato mai così forte.

Sarebbe però sbagliato e riduttivo valutare gli effetti delle sanzioni in un periodo così breve. Si spera che la decisione di adottarle non sia stata solo un’azzardata mossa diplomatica ideata a contraltare degli orrori della guerra, ma sia conseguita a precisi approfondimenti sull’impatto che essa avrebbe prodotto contro gli stessi promotori. I dubbi sono leciti ma non si può essere certi che i governi europei siano in grado di reggere la dura posizione assunta e sostenere provvedimenti che metteranno in seria difficoltà famiglie e imprese. Dubbi generati anche dalla solidità del fronte anti-Putin nel mondo, tutt’altro che maggioritario. Come le sanzioni contro l’Italia del ’35 fallirono, anche perché non vi aderirono Stati Uniti e Germania, così oggi Paesi popolosi come Cina e India si sono sfilati dai provvedimenti punitivi e sono corsi ad acquistare a prezzi vantaggiosi il petrolio rifiutato dall’Occidente.

In sintesi, il dibattito non si dovrebbe incentrare solo sul fine nobile e romantico delle sanzioni etichettando quale filo-putiniano chi si permette di fare osservazioni ma dovrebbe concentrarsi piuttosto sulla loro reale efficacia con serie analisi. Si eviti che ancora una volta una decisione volta ad arginare la minaccia di una dittatura, finisca con alimentare la reputazione interna del regime che si vorrebbe abbattere.