Il reato di presidenzialismo

Giorgia Meloni propone alcune revisioni alla Costituzione della Repubblica Italiana. Tuttavia, non è probabile che il centrodestra raccolga una maggioranza di due terzi delle assemblee parlamentari per poter adottare una legge costituzionale senza passare per un referendum confermativo. Farebbe eccezione la norma introduttiva d’una elezione diretta del Capo dello Stato. Infatti, in tal caso, ai voti del centrodestra potrebbero assommarsi quelli della pattuglia renziana.

Già un fine storico del diritto pubblico, Giuseppe Maranini, autore di opere fondamentali quali quelle sullo Statuto Albertino, sulla storia costituzionale della Serenissima Repubblica Veneta, sulla Costituzione degli Stati Uniti d’America, notò che, a termini della Carta del 1947-1948, la natura parlamentare o presidenziale della forma di Governo dipendesse dalla prassi. Infatti, il Capo dello Stato – rappresentante dello stesso nella Comunità internazionale e capo della Forza Armate – nonché titolare del potere di nomina dell’Esecutivo, potrebbe usare in modo determinante queste facoltà. Franceso Cossiga talvolta lo fece, e i suoi successori utilizzarono molte loro facoltà senza dar a vedere. Tuttavia, il Parlamento ha avuto la meglio poiché eletto a suffragio universale diretto, e il Capo dello Stato no, ma eletto proprio da quel Parlamento, con l’aggiunta di “grandi elettori” regionali. Con la mera elezione a suffragio universale diretto del Presidente della Repubblica, gli equilibri cambierebbero decisamente. Per questo la sinistra criminalizza la sola idea, che toglierebbe a essa molte armi di ricatto, data la possibilità in concreto di reclutare “franchi tiratori” nelle assemblee, su singoli provvedimenti. È una vecchia storia.

Nell’Assemblea costituente il maggiore giurista sedente in essa, Piero Calamandrei, del Partito d’Azione, antifascista della prima ora, propose una Repubblica presidenziale, ma venne zittito da democristiani e comunisti, allora ancora in dubbio su chi sarebbe divenuto, poi, il partito egemone nella Repubblica, per conservarsi ampli margini di ricatto contro l’affermazione dell’avversario principale. Nella storia repubblicana successiva, il liberale Edgardo Sogno Rata del Vallino, già a capo di formazioni partigiane contro l’occupazione nazista dell’Italia settentrionale dopo l’8 settembre del 1943, ed il repubblicano Randolfo Pacciardi, già comandante di unità internazionali in Spagna contro Francisco Franco, vennero definiti “fascisti” perché latori di proposte presidenzialiste. Insomma, il presidenzialismo è criminalizzato in Italia da vecchia data. Il motivo? Forse perché sarebbe un ostacolo al più inveterato costume italiano: il trasformismo.