Sempre tesi

La politica non è mai stata una cosa seria. Se così non fosse, non ci ritroveremmo un Paese in dissesto economico, idrogeologico, ambientale, infrastrutturale e sociale. Verrebbe da pensare “aridatece la Prima Repubblica” che nella sostanza non era probabilmente seria per molti aspetti ma almeno salvava la forma, millantava una visione di insieme, teneva i rapporti con i blocchi sociali di riferimento.

Oggi invece la politica non ha assolutamente pudore di apparire per ciò che è nella realtà: un circo completamente e – oseremmo dire – fieramente scollato dalla gente. Negli anni Ottanta, Carlo Verdone si cimentava nella parodia degli onorevoli dell’epoca presentando un miope figuro (il politico sempre teso) che fingeva di avere a cuore le sorti del popolo italiano attraverso un comizio zeppo di luoghi comuni e banalità. Dopo un quarantennio non avremmo mai potuto immaginare che avremmo rimpianto “il politico sempre teso” perché, a suo modo, almeno ci provava a dissimulare.

Tra poco più di un mese si voterà per rinnovare le istituzioni nazionali e in questa campagna elettorale non si è fatto altro che parlare di occhi di tigre, alleanze, campi larghi e piccoli campetti di centro, candidature, espedienti per azzoppare l’avversario. Il tutto in uno scenario tra il desolante e lo stucchevole più appropriato a una guerra tra baby gang per il controllo del territorio che a un dibattito per il Governo del Paese. E i programmi? Tra una polemica e l’altra, sono stati presentati a mo’ di punto-elenco, alias una mera enunciazione di una lista che raccoglie tutta una serie di minchiate venute in mente al leader di turno, tra gli applausi scroscianti di chi tiene famiglia e ha bisogno di essere candidato. Perché la differenza tra una marchetta e un programma politico serio sta nel famosissimo “come”, cioè nella enunciazione puntuale delle coperture economiche e della visione coerente di società cui si ambisce attraverso il proprio agire politico. E allora, dire di voler piantare un milione di alberi al giorno, di essere intenzionati a proseguire l’agenda Draghi senza dire cosa significhi in soldoni, di voler contrastare l’immigrazione, di essere a favore dei diritti civili o di battersi perché non vincano le destre equivale politicamente al raglio di un asino. È di una incoerenza schizofrenica.

La politica raglia mentre i cittadini attendono di sapere cosa ne sarà delle infrastrutture, del costo del lavoro, del welfare, della scuola, dell’ambiente, della questione energetica, del Sud desertificato piuttosto che del modello di società di domani. Di tutto ciò non c’è traccia, perché una parte pensa a demonizzare l’avversario mentre l’altra fa del machismo illustrando tutti i provvedimenti posti in essere dall’avversario che spazzerà via (cosa che non denota maturità). Del futuro delle persone poco o nulla, delle misure concrete per facilitare la conciliazione della vita privata con quella lavorativa non c’è traccia, come di tutto il resto: da una parte il tassa e spendi della sinistra e dall’altra il fordismo rétro di un centrodestra che parla solo di capannoni e fabbrichette. E pensare che se solo qualcuno introducesse un dibattito concreto – a puro titolo di esempio – sulla valorizzazione dello smart working riceverebbe gli applausi scroscianti (e il voto) di migliaia di persone. Ma nessuno ha la più pallida idea di ciò che interessi alla gente, perché è più semplice rimanere nella propria ovattata zona di comfort.

Tra poco, probabilmente, il centrodestra avrà la guida del Paese e fioccheranno gli ostracismi interni, internazionali, giudiziari, finanziari, mediatici, burocratici. L’unico modo per tenere botta e non uscire di strada alla prima curva è avere dalla propria parte i cittadini, mettendo in campo una politica seria e decisa ma senza eccessi, senza il lanciafiamme, all’insegna della pazienza, della mediazione, dell’ascolto, della comprensione e del compromesso. Questa roba si chiama cultura di Governo e l’auspicio è che questa volta il centrodestra la tiri fuori. L’ultima esperienza targata Popolo della Libertà non è stata un buon precedente: il ricordo (ormai lontano) è di una politica autoreferenziale, asserragliata nel palazzo, arrogante, superficiale e incapace di ascoltare il Paese o di esprimere un sottogoverno degno di questo nome. La speranza è che tutti questi anni non siano trascorsi invano.