Governo Draghi: non ci resta che piangere

Nell’editoriale di ieri “Governo: è meglio tirare a campare?”, Antonio Giuseppe Di Natale pone una questione che merita di essere indagata. Il mantra che sentiamo ripetere fino allo sfinimento dai membri della maggioranza è “rompere adesso sarebbe una rovina per il Paese, il senso di responsabilità ci impone di andare avanti”. Di Natale non la pensa così. Non nasconde la speranza di “un colpo di coda di Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, che potrebbero ritirare il sostegno a un Governo che guarda solo a sinistra e che li danneggia politicamente”. Sarebbe la cosa giusta da fare ma, con ogni evidenza, i due leader del centrodestra non la faranno.

Berlusconi e Salvini non hanno alcuna intenzione di mollare Mario Draghi. Il motivo è presto detto: entrambi ritengono che “Super-Mario” sia ancora l’asso nella manica per tirare fuori l’Italia dai guai. Lega e Forza Italia hanno puntato l’intera posta su una scommessa: l’ex capo della Banca centrale europea vincente. Se così fosse, se realmente Draghi riuscisse nell’intento di attraversare indenne la peggiore crisi economica e sociale degli ultimi decenni o, quantomeno, procurasse al Paese solo qualche ammaccatura facilmente riparabile, per Berlusconi e Salvini chiamarsi fuori dal gioco dopo averlo retto nei momenti bui sarebbe un suicidio politico. E, soprattutto, sarebbe un regalo gigantesco al centrosinistra a trazione Partito Democratico che ha puntato su Draghi per darsi una chance di vittoria pulita, senza trucchi, alle prossime elezioni (sarebbe la prima volta).

È chiaro, quindi, che il problema verta sull’attitudine di questo Governo e del suo capo indiscusso, Mario Draghi, a vincere la partita della crisi mettendo in sicurezza i denari e la qualità della vita degli italiani. Ora, bisogna distinguere: un conto è l’auspicio, altra cosa è l’analisi dei dati di realtà. Come italiani, dobbiamo sperare che Draghi ce la faccia, perché nessuno tra di noi è tanto masochista da desiderare di evirarsi pur di fare dispetto al coniuge. Anche se il coniuge si chiama centrosinistra e il tetto coniugale è il Governo di unità nazionale. Ugualmente, come italiani che ragionano non possiamo pensare di confondere ciò che è desiderabile con ciò che è possibile. Per restare con i piedi piantati a terra dobbiamo osservare l’andamento degli indicatori economici e sociali. Come siamo messi? Malissimo. Riguardo alla crisi russo-ucraina i Paesi occidentali, e il Governo italiano con loro, prediligono battere la pista della guerra invece che quella del negoziato con Mosca. Hanno scelto nel convincimento che una resistenza prolungata degli ucraini, sostenuta dalle forniture militari dell’Occidente, avrebbe costretto Vladimir Putin a recedere dai suoi propositi espansionistici. C’è stato un momento nella storia di questi ultimi mesi nel quale tra i capi di Stato e di Governo europei si è sviluppato un dibattito surreale sul permettere o meno all’autocrate russo di salvare la faccia dopo l’inevitabile sconfitta sul campo dell’Armata Rossa.

La quotidianità si sta incaricando di fare piazza pulita delle fantasie e di restituirci la realtà per quella che è, non per quella che vorremmo che fosse. Putin, dato per moribondo, è ben saldo al comando della nazione russa; le sue truppe avanzano a rullo compressore in Ucraina; l’economia russa non è saltata; Mosca non è stata isolata dal resto del mondo. In compenso, le sanzioni imposte dall’Occidente, in particolare sul fronte dell’acquisto di materie prime energetiche dalla Russia, stanno diventando un boomerang mortale per molti Paesi europei. L’annunciata interruzione, a partire dal prossimo 11 luglio, dei flussi di gas dal Nord Stream 1, i cui terminali approdano in Germania, ha provocato l’ennesima impennata dei prezzi. Ieri, sulla piazza di Amsterdam il prezzo del gas ha superato i 173 euro al megawatt/ora, con un rialzo del 6 per cento rispetto alla chiusura del giorno precedente. A questi ritmi di crescita, in autunno non saranno molte le economie in Europa in grado di assicurarsi gli approvvigionamenti energetici in quantitativi sufficienti per le esigenze delle famiglie e delle imprese.

Di certo, tra le privilegiate non ci sarà l’Italia. Oggi è lotta contro il tempo per cercare di stoccare quanta più materia prima sia possibile per poter reggere la maggiore domanda energetica a partire dal prossimo mese di ottobre. Ma siamo lontani dal centrare l’obiettivo. In Italia, il livello di riempimento degli stoccaggi è al 59 per cento delle capienze. In Germania, al 62 per cento. Tutto questo trova spazio in uno scenario di mercato dove la speculazione la fa da padrona. Il Governo fa sapere di aver stanziato altri 3 miliardi di euro per contenere il caro-bollette nel trimestre in corso. Ciononostante, i prezzi al consumo della materia prima energetica restano proibitivi per le famiglie e per le imprese italiane. All’aumento dei costi del gas e del petrolio è legata l’esplosione dell’inflazione che, nel mese di giugno, ha toccato la cifra record dell’8 per cento. Finora, il Governo qualche toppa l’ha piazzata per evitare il peggio. Ma le risorse finanziarie disponibili non sono illimitate. Cosa accadrà quando non sarà più possibile fare fronte agli aumenti incontrollati? Pensate che i cittadini non sapranno con chi prendersela? Pensate che non cominceranno a chiedersi seriamente a cosa sia servita l’ostinazione di Mario Draghi a cercare lo scontro con Mosca a tutti i costi? A quel punto, non soltanto Palazzo Chigi ma tutta la politica rischierà di venire travolta dall’onda di piena della protesta sociale che si abbatterà sui palazzi del potere. Non vorremmo che accadesse, nondimeno le possibilità che il peggio accadrà sono molto alte.

Per nostra sciagura il Governo Draghi non ha gli strumenti idonei a condurre l’Italia in salvo attraverso la tempesta. Si obietterà: c’è l’Unione europea che può aiutarci. Scordatevelo. Mai come in questa fase storica l’Ue ha mostrato tutta la sua fragilità e l’inconsistenza della motivazione di fondo che dovrebbe cementarne lo spirito comunitario. Lo si è visto con l’incapacità di Bruxelles d’intervenire a riconnettere le decisioni prese sul fronte geostrategico con le necessarie correzioni da porre in essere sul piano della regolazione del mercato interno. Avendo voluto fortemente entrare in uno stato di guerra, assicurando il sostegno incondizionato all’Ucraina e la chiusura totale alla Russia, l’Unione avrebbe dovuto adeguarsi a un’economia di guerra, con tutto ciò che tale condizione straordinaria comporta. Non l’ha fatto. Paradigmatico in tal senso è il comportamento anti-europeo del Governo olandese che, in un momento di grave crisi energetica legata all’evolversi del conflitto russo-ucraino, decide di depotenziare lo sfruttamento del proprio giacimento gasiero di Groningen, il più grande nell’Unione europea.

Adesso è troppo tardi per rimediare. Se la crisi bellica dovesse spingere i principali Paesi europei, tra questi l’Italia, in recessione, il ritorno degli spiriti animali del populismo sarà l’ultimo dei problemi che l’odierno establishment continentale dovrà preoccuparsi di affrontare. Il fatto che in Italia, secondo Costituzione, si debba votare per il rinnovo del Parlamento alla scadenza naturale della legislatura, nel 2023, potrebbe rivelarsi un danno insanabile per i partiti che oggi pensano di tirare a campare. Una crisi sociale in autunno spazzerà via il quadro politico per come lo abbiamo conosciuto in questi ultimi anni. Facce nuove si manifesteranno e con le quali dovremo fare i conti. Com’è successo nel 2013 e nel 2018 con il “fenomenogrillino. E non sarà Giorgia Meloni, la donna della Provvidenza prossima ventura, a cavalcare l’onda della rabbia sociale. La sua scelta pro-Ucraina l’accomunerà, nella ricerca delle responsabilità, ai destini dell’odierna maggioranza. Senza leader credibili, in grado di canalizzare nell’alveo costituzionale la protesta popolare, cosa ci sarà dopo facciamo fatica a immaginarlo. Ciò che sappiamo è che nel “dopo” niente sarà uguale al prima. E non è detto che potrà piacerci.