Il lungo percorso a ostacoli che attende i docenti di domani

Sta per essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la riforma del reclutamento e della formazione dei docenti, inserita nel decreto-legge n. 36 sull’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (detto Pnrr 2). Si tratta di misure normative che indicano soprattutto cosa si deve fare per diventare docenti, prima, e per esercitare questa professione essendo “all’altezza”, poi. La riforma punta a introdurre meccanismi di selezione più rigidi, in modo da avere docenti migliori, ma è ragionevole attendersi che ottenga esattamente l’effetto opposto. Quanti vorranno entrare nel mondo dell’istruzione, infatti, ora dovranno non soltanto laurearsi (con un titolo universitario di cinque anni), ma dovranno anche seguire un “percorso abilitante” che li porti a conseguire altri 60 crediti formativi.

Quindi dovranno superare un concorso nazionale e, infine, superare un test dopo un anno di prova; per giunta, la partecipazione alle selezioni concorsuali sarà consentita soltanto a chi abbia svolto un servizio di almeno tre anni presso istituzioni scolastiche statali. L’idea è che questo lungo e difficile percorso a ostacoli farà sì che soltanto i migliori arrivino alla meta. Il legislatore, però, non ha tenuto in debita considerazione una cosa. Oggi i migliori laureati non sono attratti dal mondo scolastico perché le retribuzioni sono modeste. Ancor prima di entrare in università, molti giovani non scelgono certi percorsi perché con certe professioni si può faticare a mantenere la famiglia. Aggiungere a tutto ciò un iter complesso peggiora una situazione già compromessa.

Per questo motivo, sarebbe stato per esempio assai meglio includere sempre quei 60 crediti formativi all’interno dei corsi universitari (ha senso laurearsi in lettere oppure in matematica, se poi si deve passare ancora un anno sui banchi per essere abilitati?), dando a ogni laureato dei corsi di studi finalizzati all’insegnamento la formazione necessaria a diventare bravi docenti, permettendo loro di partecipare subito ai concorsi. Per giunta, la logica di fondo del testo di legge rimane Stato-centrica e burocratica. Per quale motivo chi abbia svolto un servizio di tre anni o più nelle scuole private paritarie non può partecipare ai concorsi?

E perché si ritiene che la formazione continua dei docenti di ruolo debba avvenire primariamente attraverso l’istituzione di una Scuola di Alta formazione, direttamente sotto la vigilanza del ministero e incaricata di coordinare la formazione in servizio dei docenti? Anche se nel ministero sembrano ignorarlo, c’è vita fuori dello Stato. Per avere docenti migliori sarebbe necessario, più di ogni altra cosa, rimettere in moto l’economia del Paese: così da avere quelle risorse – che oggi non ci sono – necessarie a retribuirli meglio. Anche un percorso più semplice di accesso alla professione aiuterebbe. La riforma, purtroppo, va nella direzione opposta.

(*) Direttore del Dipartimento di Teoria politica dell’Istituto Bruno Leoni