L’anno del leone e della speranza

Ora che questo 2021 sta per giungere al termine, possiamo dire che noi italiani l’abbiamo sfangata. Non benissimo, ma ce la siamo cavata. Merito del Governo? Dei poteri taumaturgici di Super-Mario Draghi? Forse sì, ma solo in parte. Il merito maggiore spetta al popolo italiano: per questa volta niente autodafé. È stato un anno durissimo. C’è stata di mezzo la pandemia che non è stata sconfitta come ci si augurava, ma fortemente mitigata dall’efficace campagna vaccinale messa in piedi dall’autorità di Governo. Grazie alla buona organizzazione del generale Francesco Paolo Figliuolo – un alpino del Sud – il 74,7 per cento degli italiani ha ricevuto la doppia dose e si prepara alla terza.

Nel 2020, l’orizzonte appariva buio e il futuro incerto, l’economia si era fermata, l’ottimismo si era preso una pausa di riflessione. Oggi non siamo messi come allora: oggi ci crediamo di più. Il regalo più bello che potessimo concederci è stato non darci per vinti. Il Covid non se n’è andato e forse resterà tra noi per molto tempo. E visto che non possiamo pensare di restare barricati in casa per il resto della vita, è giunto il momento di imparare a conviverci. Ciò si traduce nel far finta che nulla sia accaduto? Che il pericolo di un ritorno ai picchi dei contagi e dei morti non esista? Certo che no. C’è differenza tra essere coraggiosi e comportarsi da dissennati. Mantenere stili di vita prudenti non ha mai ucciso nessuno, e non può fare che bene. Vorrà dire che anche nel 2022 continueremo a indossare le mascherine, a lavarci frequentemente le mani e a rispettare le distanze di sicurezza? Buon Dio, sì.

Sull’uso del Green pass: qualcuno parla di strumento liberticida. Certo, non è il migliore dei mondi possibili quello che limita le libertà individuali. Tuttavia, non è il caso di farne un dramma, soprattutto se lo strumento, pur togliendoci qualcosa, aiuta a non fermarsi nuovamente. Mettiamola giù così: finora siamo stati prede, siamo scappati o ci siamo nascosti per sfuggire ai predatori. Ma dal nuovo anno si cambia registro: le prede si riprendono i loro spazi e i loro tempi. La storia, come la vita, non si manifesta in forme anodine. Nell’inverarsi, talvolta adotta liturgie e simbolismi densi di significati.

Vale anche per questo nuovo giorno che coincide con l’inizio del 2022: la ripresa s’incarna nella figura del presidente della Repubblica che il Parlamento si appresta a eleggere dal prossimo gennaio. Se in passato abbiamo avuto bisogno di formiche operose per scrollarci di dosso la brutta immagine di cicale scialacquatrici, che c’era stata cucita addosso da taluni partner europei e dall’interessata miopia dei mercati finanziari, oggi è di altra figura del bestiario che abbiamo bisogno perché ci rappresenti. Il leone farebbe al caso. Animale fiero e coraggioso, non è abituato a chinare il capo di fronte a chi lo minaccia. Un leone al “Colle” trasfonderebbe il giusto coraggio per affrontare questo particolare tornante della Storia. Basta con le volpi che si credono astute e basta con i felini domestici: il destino delle volpi è in pellicceria, quello dei gatti da salotto è di fare le fusa al padrone di turno. Occorre che al Quirinale ci vada qualcuno in grado di tenere il punto nella difesa dell’interesse nazionale. Insomma, uno che ci guardi le spalle dalle minacce esterne mentre tutti noi, nessuno escluso, saremo impegnati a ricostruire ciò che la pandemia e la crisi economica hanno buttato giù.

Lo vogliamo definire patriota, come chiede Giorgia Meloni? Vada per il patriota. L’importante è che sappia farsi paladino, all’estero, delle nostre ragioni e, all’interno dei confini, sappia essere arbitro giusto e coscienzioso nel garantire equilibrio tra i poteri dello Stato, rispondenza della composizione dell’organo legislativo alla volontà sovrana del corpo elettorale, rispetto per i diritti delle minoranze, tutela delle libertà costituzionali. In concreto: sia custode e garante della democrazia. Il Parlamento, esteso alla presenza dei Grandi elettori regionali, scelga presto e bene il defensor civitatis che oggi l’Italia reclama. E visto che anche l’occhio vuole la sua parte, cortesemente prendetene uno che abbia il sorriso stampato in faccia e il sole in tasca, perché è l’ottimismo che serve trasmettere, non l’espressione lugubre di un beccamorto che appaia nelle nostre case dagli schermi televisivi a ricordarci con trappista litania un monotono memento mori.

Dalle parti di Arcore ce ne sarebbe uno disponibile. È un po’ âgé, ma ruggisce ancora. Non dimentichiamo che noi siamo i sopravvissuti e che tanti dei nostri non ce l’hanno fatta. Rimetterci in piedi e riprendere il cammino, nella consapevolezza che non sarà lastricato di petali di rose, è prima di ogni cosa un imperativo della coscienza, un impegno d’onore che abbiamo verso i caduti per mano di un nemico invisibile che si palesa alla vista solo attraverso la lente di un microscopio.

Avremo tempo e modo di commentare i fatti man mano che si porranno all’attenzione dell’opinione pubblica. Parleremo di tasse, d’inflazione, di rincari delle bollette e di potere d’acquisto dei salari ma anche di ricostruzione e di nuove opportunità per il lavoro, per le imprese e per le famiglie; di denari da ricevere dai programmi europei per la ripresa post-pandemia e di soldi pubblici da spendere bene; di sostenibilità ambientale e d’insostenibilità dei costi energetici; d’intromissione delle potenze globali nella nostra economia, e nelle nostre vite, e di settori strategici sensibili da preservare dagli artigli delle economie concorrenti.

Diremo la nostra su come difenderci e con chi stare, in Italia e nel mondo. Parleremo di giovani che faticano a inserirsi nel mercato del lavoro e di anziani che rinunciano a vivere serenamente la vecchiaia per aiutare i giovani a sopravvivere. Diremo di uomini che odiano le donne e di donne che non smettono di credere a uomini che le odiano. Parleremo di diritti e di doveri, perché una società giusta e ordinata ha bisogno di entrambi se vuole realizzarsi compiutamente. Lo faremo, promesso. Oggi però lasciamo che sia la speranza a tenere banco. Facciamola splendere sopra le “capuzzelle” inghirlandate degli angeli svolazzanti del presepe. Vestiamola da stella cometa. Riserviamole il posto d’onore al cenone di fine d’anno. Rendiamole grazie, perché è lei, madre generosa e compassionevole, a ricordarci che il domani, qualunque domani, ci appartiene. Prosit.