La variante Draghi e la democrazia imbalsamata

L’elezione del presidente della Repubblica è un evento ciclico, che si rinnova ogni sette anni, ma a questo giro è unicum storico perché porta con sé una variante: la variante Draghi. Variante benefica, intendiamoci, ma pur sempre unica nella storia repubblicana. Mai, infatti, il suo diretto protagonista è stato anche il decisore pressoché assoluto della scelta finale.

Non lasciamoci confondere la mente: sarà Mario Draghi, insieme a pochi fidatissimi consiglieri e a qualche fidatissimo amico europeo, a decidere se salire o non salire al Quirinale. Sì, sarà lui. Le forze parlamentari giocheranno solo di sponda: sulla base della decisione dell’attuale presidente del Consiglio, ognuno di esse cercherà di portare a casa qualche risultato, diciamo, collaterale. Chi punterà alla promessa di non andare a elezioni anticipate, chi a ottenere una nuova legge elettorale, chi ad aperture per futuri incarichi governativi, chi a riconoscimenti europei e via dicendo. Ma nonostante questo, ogni partito avrà l’ardire di presentarsi all’opinione pubblica come il vero, unico e risolutivo arbitro della partita del Colle, sia che la salita di Draghi avvenga, sia che non avvenga.

Ora, che questa situazione rifletta la debolezza dei partiti e della loro classe dirigente è cosa scontata, perfino banale da dire. Come banale è tornare a sottolineare la mancanza di visione strategica della loro azione.

Continuare a riflettere su questi aspetti è come pestare l’acqua nel mortaio: inutile, completamente inutile. La vicenda quirinalizia, piuttosto, apre lo sguardo a un altro fenomeno, tanto sottaciuto, quanto potenzialmente drammatico: quello della post-democrazia.

Nelle opere di Colin Crouch si trova il pensiero più limpido sulla dimensione attuale degli stati democratici. La democrazia, scrive il politologo britannico, si sta riducendo ad un guscio friabile. E il motivo sta nello svuotamento sostanziale del rapporto di rappresentanza, del rapporto tra elettori ed eletti, parlamenti e corpo elettorale, istituzioni e popolo, autorità e consenso.

Certo, formalmente i sacri princìpi della rappresentanza rimangono iscritti nelle Costituzioni, nessuno li manomette. Anzi, quanto più appaiono in pericolo, tanto più sono incensati, osannati, riempiti di retorica e stereotipi culturali da tutti i leader politici e dai loro chierici. In concreto, però, sono silenziosamente disattesi, messi da parte da una élite politica, economica, finanziaria, massmediatica, sempre più ristretta e sempre più determinata. In questo, per l’appunto, consiste la post-democrazia.

Sia chiaro, io non credo a nessuna forma di complotto avviata contro popoli e democrazie da poteri oscuri, grandi burattinai o demoni sparsi in giro per il mondo. Credo, però, nel corso della storia, anzi credo nei suoi corsi e ricorsi, almeno per approssimazione.

E allora, la democrazia imbalsamata, perché a questa dimensione stiamo gradatamente arrivando, saprà ancora assicurare ai popoli libertà e partecipazione, condivisione delle scelte e centralità della sovranità? O sarà l’anticamera di qualcosa d’inedito, che ci farà dire con il Poeta: “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico”?