Presunzione di innocenza e “media-evo della giustizia penale”

Glauco Giostra ha recentemente osservato che viviamo un “media-evo della giustizia penale”, in cui “certi media si affrettano a ghermire lo sconvolgente fatto di cronaca nera”, fornendo una grancassa all’“ostentata esibizione dei risultati investigativi da parte delle autorità inquirenti”, e propinando dunque al pubblico “perentorie affermazioni di colpevolezza” che in fondo “rassicurano”, visto che “la ferita sociale causata dal delitto trova tempestiva sutura, senza attendere un processo lontano”. A fronte di un quadro così fosco, giunge come una notizia positiva il recepimento della direttiva Ue in tema di rafforzamento della presunzione di innocenza, diventata legge soprattutto grazie all’opera dell’onorevole Enrico Costa.

La legge opera principalmente su due piani, ossia quello dei rapporti tra procure e organi di informazione e quello della redazione degli atti giudiziari. Di particolare interesse sono le misure adottate sul primo versante: alle autorità pubbliche è fatto divieto di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con decisione di condanna irrevocabile (così ribadendo il principio dell’articolo 27 della Costituzione), nonché di comunicare le informazioni riguardanti un procedimento penale se non strettamente necessarie alla prosecuzione delle indagini, e solo attraverso comunicati ufficiali o conferenze stampa. Lo scopo perseguito è, evidentemente, quello di evitare che la copertura mediatica delle fasi preliminari al processo vero e proprio finisca per inquinare l’imparzialità del giudice, l’attendibilità dei testimoni e – ultimo, ma non meno importante – la percezione dell’opinione pubblica.

Va da sé che qualsiasi speranza di poterci mettere alle spalle il “media-evo della giustizia penale” grazie a questa nuova legge sarebbe solo una pia illusione. Messo da un canto il solito rischio di scontrarsi con una “antinomia tra apparato normativo ricco di disposizioni e prassi dedita alla loro sostanziale disapplicazione” (come hanno sottolineato Simone Lonati e Carlo Melzi d’Eril), c’è da ricordare l’urgenza di un serio impegno culturale che eradichi i malcostumi che si annidano in certi settori dell’informazione e dell’Amministrazione della giustizia. Se è vero che nessuna legge può sostituire questo impegno, è altrettanto vero che la giusta legge può quantomeno propiziarlo. Il tempo dirà se quella appena approvata sarà davvero in grado di “rafforzare” la presunzione di innocenza.

(*) Forlin Fellow Istituto Bruno Leoni