Smart working e touchless: un futuro da brividi

Le grandi crisi planetarie del nostro tempo storico, che siano di natura sanitaria, sociale, economica o geopolitica, obbligano a una trasformazione dei sistemi produttivi. In Italia, la grande ristrutturazione industriale post-fordista, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, indotta dalla drammatica esplosione del costo della materia prima energetica, spinse le grandi imprese verso le nuove tecnologie che favorivano l’automazione dei processi produttivi.

Il sistema industriale, ristrutturando, si salvò dal default ma il prezzo più pesante lo pagarono i lavoratori che videro dimezzati i posti di lavoro. Nel 1982 il tasso di occupazione toccò i minimi storici. E se la coesione sociale non finì gambe all’aria fu perché, in quegli anni, mentre la grande impresa contraeva il personale, le Piccole e Medie imprese sostenevano la crescita dell’occupazione. Ciò fu possibile grazie all’effetto della destrutturazione del modello fordista di grande impresa integrata verticalmente. La frantumazione portò alla proliferazione di imprese di piccole dimensioni a conduzione familiare che ben presto fecero rete sui territori costituendo i primi nuclei di quelli che successivamente vennero identificati come “distretti industriali”.

Nel 2020, in “Era Covid”, vi è stato un drastico calo della curva dei consumi sul fronte della domanda interna (-14,7 per cento Indice congiunturale Confcommercio – effettivo 10,8 per cento), così come, nell’apporto al Pil, una caduta della domanda estera netta (-1,2 punti percentuali, fonte Istat). Il lato dell’offerta ne deve tenere conto. Ragione per la quale alle grandi imprese, come anche alle piccole e medie, si pone l’obbligo di ridimensionare le componenti di costo della produttività, a partire dal lavoro. Ad aggravare la condizione dell’occupazione si è aggiunto il problema di rispettare il distanziamento sociale allo scopo di rallentare il contagio.

La risposta all’inedita emergenza è stata l’introduzione massiccia dello “smart working”. Il lavoro agile, da casa, è la novità della stagione pandemica. In Italia tale modalità era poco conosciuta. Basti pensare che nel 2019 il lavoro da remoto ha coinvolto 570mila lavoratori, con un aumento rispetto all’anno precedente del 20 per cento (fonte Osservatorio Smart Working dell’Università Politecnico di Milano). Dopo il varo, il 23 febbraio 2020, del primo decreto-legge di contrasto alla pandemia, il numero degli operatori in smart working è schizzato a un milione, per toccare gli 8 milioni nel trimestre del lockdown più duro. La quota media del personale dell’impresa in smart working è salita al 47,0 per cento, con un 60,5 per cento nel settore dei servizi (fonte: Istat, Il mercato del lavoro 2020. Una lettura integrata).

Nel complesso, il 90 per cento delle grandi imprese italiane (con più di 250 addetti) e il 73 per cento delle imprese di dimensione media (50-249 addetti) hanno introdotto o esteso lo smart working durante l’emergenza, contro il 37 per cento delle piccole (10-49 addetti, fonte Istat, ibidem). La maggiore reattività delle imprese nel ricorso all’uso di tale modalità lavorativa la si riscontra nei settori nei quali il suo utilizzo è strutturalmente più diffuso (servizi di informazione e comunicazione, attività finanziaria e assicurativa, attività professionali, scientifiche e tecniche, attività immobiliari, istruzione). Ciò è accaduto in una fase di straordinarietà determinata dall’emergenza sanitaria. Per molte imprese il lavoro da remoto è stato l’unico modo per rimanere aperte e non essere travolte dalla crisi. Ad altre, invece, il ricorso al lavoro da remoto ha consentito di realizzare un vantaggio competitivo al quale le governance aziendali non intenderanno rinunciare.

Anche tra i lavoratori che l’hanno sperimentato ha raccolto consensi visto il maggiore grado di flessibilità assicurato nella gestione dei tempi di lavoro. Si stima che il lavoro da casa farà guadagnare al lavoratore 10 giorni di vita in più ogni anno recuperando almeno un’ora al giorno di commuting (pendolarismo) per 230 giorni medi lavorativi all’anno, da dedicare al proprio tempo libero. La non indispensabilità della presenza fisica sul posto di lavoro agevolerà l’ingresso nelle aziende di maggiore robotizzazione e di intelligenza artificiale per implementare i processi produttivi e organizzativi. Lo smart working agevolerà l’accesso a forme imprenditoriali basate su pratiche innovative d’interazione digitale (Blockchain).

Prepariamoci a un futuro “home-ization”, grazie alla tecnologia che consentirà agli individui di svolgere gran parte della vita nel chiuso della propria abitazione potendo fare tutto (o quasi) dall’interno delle mura domestiche. Ma è tutto oro quel che luce? Si direbbe di no. La drastica contrazione del lavoro in presenza determinerà una caduta del tasso di occupazione. E quelli che perdono il lavoro, cosa faranno? Si dirà: potranno riconvertirsi ad altre esperienze lavorative grazie alla formazione volta a incrementare le competenze. È uno specchietto delle allodole che non funziona nella realtà.

La velocità con cui si evolve la tecnologia non consente percorsi di riconversione professionale altrettanto rapidi, a maggior ragione se si considera il particolare gap di adeguatezza nell’apprendimento delle tecniche per l’ottimizzazione del digitale che riguarda i soggetti più anziani e perciò più esposti al rischio di espulsione dal mercato del lavoro. Ci sono poi le ricadute collaterali sull’economia che ruota intorno ai luoghi di lavoro. I trasporti urbani ed extraurbani avranno un beneficio dalla diminuzione della mobilità pendolare e anche l’ambiente ne trarrà vantaggio, ma il prezzo sarà la chiusura delle attività commerciali, in particolare della ristorazione, sviluppatesi nelle aree ad alta presenza di uffici e di strutture artigianali e manifatturiere non dotate di servizi interni di mensa. Altra ricchezza che si volatilizza, altri posti di lavoro che si perdono. Lo smart working produrrà fenomeni di contro-urbanizzazione con lo spopolamento dei grandi centri urbani a beneficio del recupero delle piccole località della provincia italiana, dove la mancanza di esercizi commerciali di prossimità darà impulso alla propensione, già oggi in forte crescita, agli acquisti on-line per il tramite delle grandi piattaforme. Cosicché le concentrazioni globali potranno portare a compimento la disintermediazione del commercio. L’estensione strutturale dello smart working comporterà ricadute negative sul mercato immobiliare, con la drastica riduzione di affitti e di acquisti di immobili ad uso uffici o destinati ad attività commerciali.

Last but not least, c’è una questione di socialità da considerare. Con il Covid l’essere umano è stato maggiormente esposto al contagio nell’interazione con i suoi simili in contesti affollati. Il rimedio trovato dagli esperti è stato il lockdown, l’isolamento all’interno di micro-habitat per evitare la propagazione del virus. Il prolungamento oltre la stretta emergenza di tale forma di prevenzione sanitaria ha suggerito l’idea che il futuro possa plasmarsi su paradigmi sociali in grado di ridurre al minimo il flusso delle relazioni interpersonali in presenza. Allo scopo, le nuove tecnologie consentono di convertire l’assenza di prossimità con presenza digitale in un futuro prossimo a tendenza touchless, cioè “a zero contatti”. È ciò che ci attende dietro l’angolo: un caleidoscopio d’immagini e di suoni che corrono sulle fibre ottiche.

Ora, non è che si possa diventare stupidamente luddisti nell’illusione di fermare il progresso scientifico e tecnologico prendendo a martellate computer e robot. Purtuttavia, uno sprone al decisore politico perché intervenga ad aggiustare la rotta dello sviluppo economico e sociale e perché dia adeguate risposte ai molti contro che una civiltà interamente digitalizza presenta, non sarebbe un atto regressivo o anti-storico. La dimensione umana del lavoro in presenza è un valore in sé e va difesa da se stessa quando rischia di perdersi rincorrendo ingannevoli utopie.