Nemici giurati

Dal Nazareno arrivano notizie di un vertice fintamente costruttivo, buono solo a ribadire il generico e scontato sostegno al governo di Mario Draghi, niente di più. Il riferimento è all’incontro avvenuto ieri fra Enrico Letta e Matteo Renzi, nemici giurati, almeno dal punto di vista politico. Eppure, l’incontro è stato più utile di quanto possa sembrare a prima vista. Andiamo con ordine.

Se si ragiona con senso di realtà, il tentativo di Letta di coinvolgere Renzi nel doppio progetto di rinascita del Partito Democratico e di costruzione di una nuova coalizione di sinistra non poteva portare a nessun risultato concreto. La riunione, quindi, ha certificato quel che era nelle aspettative: né ora, né mai, vien da dire parafrasando Alessandro Manzoni, s’ha da fare il matrimonio tra Pd e Italia Viva e men che meno quello tra Pd, Italia Viva e Movimento 5 Stelle. Nessuna casa comune, nessun Ulivo 2.0, nessuna alleanza strutturale.

Questo risultato stava, come detto, nelle cose. E pure negli uomini. È stata la ritualità del politically correct ad avere indotto i due a guardarsi negli occhi, ma era scontato che nessuna scintilla potesse scoccare. Così ognuno è tornato nel suo fortino a giocare con i suoi soldatini.

Già, ma di quali fortini e di quali progetti stiamo parlando? L’orientamento di Enrico Letta è facilmente intellegibile e l’incontro con il senatore toscano lo ha chiarito definitivamente: la sua priorità è quella di stringere un’alleanza con il Movimento e più precisamente con la sua frangia governista guidata, da ora in poi, da Giuseppe Conte. Il progetto, insomma, è quello di raccogliere sotto un unico marchio di fabbrica una parte degli eredi di Enrico Berlinguer e Aldo Moro, e una porzione dei grillini, quelli che, abbandonati i panni dei barricadieri, hanno messo su loden e grisaglia.

Il progetto di Matteo Renzi è senz’altro più articolato e “coperto”, ma il vertice romano ha reso anch’esso più intellegibile. È ormai chiaro che il senatore di Rignano sull’Arno intenda provare a raccogliere in un polo centrale associazioni e partiti di matrice liberale e riformatrice, e movimenti d’ispirazione popolare e cristiana che non si riconoscono nel nascituro polo di sinistra e neppure nello schieramento di destra.

La realizzazione di questo progetto è complessa ed ha alcuni convitati di pietra. Il primo è Silvio Berlusconi. Il bacino potenziale di voti tuttora a sua disposizione è fondamentale per la riuscita del progetto stesso, perché quel bacino può garantire al nuovo polo risultati elettorali a doppia cifra e dunque renderlo determinante per la governabilità, sia, poi, che aderisca al Partito Popolare europeo, sia che abbracci il manifesto liberale di Renew Europe.

C’è un altro convitato, con nome e cognome: Giancarlo Giorgetti. Con altri esponenti leghisti, ed alcuni sindaci e governatori, potrebbe scegliere di allontanarsi dalla casa madre qualora la saldatura tra Lega e movimenti conservatori e illiberali di altri Paesi europei dovesse arrivare a compimento.

Se il polo centrale iniziasse davvero a prendere forma, Fratelli d’Italia e Lega rimarrebbero i soli rappresentanti dell’elettorato d’ispirazione sovranista, nazionalista, conservatore e dell’elettorato radicalizzato nella negazione di alcuni diritti civili e di alcune prerogative delle democrazie liberali. In questo contesto, le future alleanze con i partiti di governo ungheresi e polacchi potrebbero diventare la ciliegina sulla torta di un progetto neo-conservatore a tutto tondo, con una caratterizzazione sempre più estrema dei partiti nazionali in chiave illiberale e anti europeista. Di qui, appunto, la possibile scelta di alcuni dirigenti leghisti di abbandonare la casa originaria.

L’incontro tra i due leader di terra toscana, se non ha portato ad un fecondo fidanzamento, ha almeno sortito un iniziale, seppur ancora timido effetto chiarificatore dello scenario politico. Ed è già molto, in mezzo alla fitta nebbia di questi mesi.