La Juventus e i nuovi “sicofanti”

Potrà sembrare paradossale che proprio io, interista da sempre e perciò malato di “interite” cronica, come tutti coloro che condividano la stessa fede calcistica, prenda qui le difese della Juventus, nella vicenda recentissima che vede tre dei suoi giocatori più noti – Dybala, Arthur e McKennie – sanzionati per aver cenato insieme alle mogli poche sere fa, mentre era vigente il divieto a causa della pandemia. Paradossale forse, ma necessario certamente.

Va precisato che costoro non solo sono stati sanzionati dai carabinieri a norma del vigente decreto-legge, ma anche dalla società e con molta pesantezza: pare sia stato loro depennato circa un terzo di una mensilità di stipendio; inoltre, essi sono stati esclusi dalla convocazione per la partita contro il Torino. La mia difesa, tuttavia, non riguarda l’aspetto delle sanzioni inflitte ai tre giocatori, colti in flagrante violazione di legge, ma le modalità attraverso le quali si è giunti a sanzionarli.

La cosa sarebbe andata come segue, a leggerne il racconto sulle pagine dei giornali come esposto dal suo protagonista: un vicino di casa di McKennie. Costui, rimasto anonimo, ha spiegato dalle colonne di un quotidiano nazionale che verso le 22,30, mentre portava a spasso il cane, ha visto davanti al cancello della villa di McKennie – suo vicino – diverse automobili ferme ed alcune giovani donne intente ad entrare. Siccome era già passata l’ora del coprifuoco, ha ritenuto suo dovere di cittadino avvertire i carabinieri, tenendo infine a precisare di essere tifoso della Juventus.

Che dire di fronte a questa vicenda dal sapore fondamentalmente meschino? Innanzitutto, che stupisce come il vicino di casa non sia stato per nulla disturbato da urla, schiamazzi o rumori vari che provenissero da quella villa, ma che si sia invece deciso a chiamare i carabinieri soltanto in forza di una per lui palese violazione delle norme sulla pandemia. Insomma, costui si è sostituito ad un pubblico ufficiale, senza né sapere né capire che la delazione – cioè quella da lui messa in opera con la sua solerzia pseudo-sociale – costituiva una modalità normale di comportamento in Unione Sovietica e in tutti gli altri regimi totalitari, ove il cittadino acquisiva meriti propri semplicemente denunciando i demeriti altrui.

Insomma, siamo proprio caduti in basso, come al tempo dei “sicofanti” dell’antica Grecia. Costoro erano in principio coloro che denunciavano (da “faino”, che vale indicare) gli esportatori abusivi dei fichi (“sukoi”), frutti che, costituendo il principale alimento delle classi più povere nell’Attica del sesto secolo avanti Cristo, era vietato esportare. In seguito, il termine “sicofante” indicò in genere coloro che denunciavano altri di un qualche illecito, non importa se effettivo oppure inesistente. Attività assai lucrosa, in quanto essi avevano diritto di percepire una somma pari alla multa inferta all’imputato in caso di condanna. Ben presto fare il sicofante divenne un mestiere anche ben remunerato, in quanto si diffuse l’abitudine di denunciare altri al solo scopo di vendetta politica o per tagliarlo fuori dalle elezioni, spesso dietro lauto pagamento da parte dell’avversario politico.

Tale malcostume divenne tanto diffuso ed insopportabile da indurre Demostene (nell’orazione “Contro Aristogitone”) a definire i sicofanti come “cani del popolo” e a prevedere forti pene pecuniarie, per chi avesse strumentalmente accusato altri al solo scopo di danneggiarlo o per trarne profitto. Oggi, siamo ben oltre, se si pensa alla diffusione del “pentitismo” nell’area giudiziaria, spesso pericolosamente fuori controllo; ai “cecchini” di cui parla Luca Palamara, quali sicari che si attivano, denunciandolo per un qualche illecito ( esistente o inesistente non importa) per azzoppare un candidato non gradito ad un posto direttivo di una Procura o di un Tribunale; ed ora perfino ai cittadini che, sostituendosi a polizia e carabinieri, denunciano una violazione che, nei propri confronti, era certamente innocua.

A ben guardare, la spinta che ha indotto questo signore a denunciare il grave delitto consistente in una cena fra amici non risulta si trattasse di un festino di sorta) è rinvenibile in chiave di psicologia sociale, chiave che viene fornita da lui stesso, allorché precisa al cronista che se le cene serali lui non le può fare, non vede motivo perché possano farle calciatori famosi. Si tratta di una vera e propria “invidia sociale”, camuffata da perbenismo civile dedito alla salvaguardia – in questo caso – delle direttive sanitarie dei cosiddetti esperti i quali, dal canto loro, più sono ignoranti e più cercano di far intendere di essere dotati di genuina sapienza.

Ecco, dunque, la molla dei nuovi sicofanti. Quelli dell’Attica precristiana si muovevano per denaro. Questi per invidia. Non so quale sia la peggiore.