Contro i protocolli terapeutici

Mi dichiaro del tutto contrario ai protocolli terapeutici o alle linee guida ministeriali o di chi volete voi. Anche in epoca di pandemia? Sì, soprattutto in epoca di pandemia.

Ne individuo l’origine in due elementi fra loro complementari. Da un lato, va registrato un elemento di carattere politico-culturale, consistente nella circostanza che si afferma sempre di più – in barba alle dichiarazioni che vi fanno cornice – una concezione centripeta della esperienza umana in tutte le sue varianti e soprattutto quando si tratti di assistenza sanitaria. In questi casi – e la sanità è al riguardo paradigmatica – si preferisce accentrare il più possibile non solo la gestione, ma anche la pratica di carattere strettamente medico, allo scopo di ridurre gli spazi di autonomia e di libera scelta dei sanitari, visti quali pericolose e potenzialmente dannose derive professionali, ingabbiandoli invece all’interno di cornici predeterminate (dal ministero o dalle Asp, Aziende sanitarie provinciali): fuoriuscirne viene considerato indebito e perfino illecito. Dall’altro lato, va registrato negli ultimi anni il predominio assoluto e pericolosissimo della cosiddetta “medicina difensiva”; di quella idea cioè in forza della quale, di fronte a diverse possibilità terapeutiche, il medico deve sempre preferire non già quella potenzialmente più utile per il malato, ma quella che meglio possa tutelarlo qualora, come accade per opera di spregiudicati avvocati – dediti a loro volta non alla tutela del loro patrocinato, ma all’arrembaggio di un possibile risarcimento – egli sia chiamato a rispondere del proprio operato in sede legale: da qui il protocollo, rispettando il quale ci si mette al sicuro da ogni iniziativa legale. Ecco perché protocolli e linee guida di ogni genere andrebbero rifiutati dai medici, consapevoli della propria identità, come una offesa alla propria coscienza professionale e un attentato alla libertà di scelta loro conferita dalla laurea ottenuta.

Chiediamoci allora: i medici sanno davvero chi sono e quale sia il loro compito? O, forse, hanno perduto per via il senso del giuramento di Ippocrate, oggi ormai desueto e offuscato dalle nebbie del passato? Ebbene, va detto chiaro e forte: scopo del medico, in conformità alla nobile tradizione che ne accompagna l’attività nel corso dei secoli, non è, come oggi si vorrebbe, anche attraverso il rispetto dogmatico dei protocolli, combattere le malattie. Ma, ben diversamente, curare il malato. Fra le due finalità si apre una vera ed incolmabile voragine. Infatti, mentre combattere la malattia rimane un’attività puramente astratta, relegata nel rarefatto limbo, dagli umani in-frequentato, ove si fronteggiano la natura (vale dire la malattia ) e l’artificio (il farmaco), al contrario, il curare il malato si colloca nella prospettiva di una inimitabile concretezza, ove il paziente-essere umano si affida al medico-essere umano in quanto lo sa dotato di scienza e di coscienza: quella servirà a formulare diagnosi e terapia, questa a “prendersi cura” del malato. Ora, si vede subito come nella prima prospettiva (il combattimento contro la malattia), oggi la sola che conti, a mancare sia tragicamente la dimensione concreta della umanità che unisce medico e paziente e come la coscienza del medico venga tendenzialmente espulsa.

Ecco, dunque, a cosa servono protocolli e linee guida: certo, ad indicare i sentieri più funzionali per applicare terapie efficaci; tuttavia, nei limiti in cui essi ingabbiano la libertà del medico, servono ad escludere che egli possa far ricorso, come invece è sempre stato, non solo alla sua scienza, ma soprattutto alla sua coscienza. Un medico, insomma, tragicamente dimidiato perché privato in linea di principio della scienza che egli dovrebbe usare, in piena coscienza, per curare il malato in carne ossa che a lui si sia affidato. E dunque un bel quadretto davvero: un medico, preoccupato di attenersi ai protocolli astratti, ma senza scienza e senza coscienza, entrambe sacrificate sull’altare del dogma odierno dell’efficientismo funzionalista e spersonalizzante. Se poi si aggiunge che la tecnologia ha soppiantato da tempo l’esame ispettivo diretto del paziente, per cui spesso i medici prescrivono esami clinici senza neppure visitarlo, il quadro è completo.

I protocolli possono al più fornire un indirizzo, ma ogni medico dovrebbe poi curare, cioè prendersi cura del paziente in piena coscienza e scienza, assumendosi in prima persona la responsabilità che ne deriva. Altrimenti, il rischio concreto è che i protocolli siano rispettati, ma il paziente muoia. Nel nome delle Asp, del ministero e degli assessorati.