La vanità offesa (commedia governativa)

La brutta sensazione, come un’arietta fredda insinuante e pungente, cominciò a circolare nel Palazzo poco prima del Santo Natale, segnalandosi con un’improvvisa e circospetta gravità di espressione, che, intravista da principio sui volti dei maggiori papaveri rossi, era arrivata poi, come un’onda anomala, fino a quelli di peones, segretarie e faccendieri. Eccezion fatta per pochi, era però più una vaga sensazione di pericolo che una reale conoscenza, come il timore di qualcosa di alieno venuto a turbare compiaciute esistenze di Corte, un qualcosa di nuovo e preoccupante, ritenuto prima impensabile. In realtà, piccoli segnali premonitori però c’erano. Ad esempio, già da giorni, in luogo della solita corsa ad apparire in tivù per i commenti politici, si era vista la novità di una serie di costumati e quasi dignitosi dinieghi e, nel mausoleo della tv di Stato, i funzionari più pronti ad annusare il vento avevano notato lo strano e inusitato fenomeno. Inoltre, man mano che i giorni delle vacanze, intristiti dal Coronavirus e dai divieti polizieschi del governo, scorrevano lenti, facce solitamente allenate a un abituale sorriso di sufficienza, cominciavano a sbiancarsi (a seconda anche dei temperamenti e delle condizioni del fegato) ma tuttavia ancora prevalevano stupore ed incredulità: “Ma no dai, non è possibile, ma figurati se i nostri onorevoli sono disposti a rischiare di tornare a casa, e poi per aprire la strada a quelli, ma, dico…a quelli!”.

Solo nella stanza del gran cerimoniere del governo, il premier senza partito né elezione, ma dotato di un riconosciuto e levantino sussiego da sartoria, la chiusura ermetica delle porte sembrava indicare che forse davvero qualcosa non andava (si mormora che nottetempo avesse perfino sognato Matteo Renzi che gli offriva caramelle insieme a Mario Draghi). In verità, c’erano anche altri segni. Dario Franceschini il duttile, volpino e serioso, si preoccupava assai di mettere agli atti “io però l’avevo detto e ridetto”, mentre Luigi Di Maio il dotto ripeteva meccanicamente “non guardate me, io mi son dimesso da più di un anno”, senza però riuscire a togliersi di dosso quell’eterna aria di essere lì solo per caso. Roberto Speranza infine, con fanciullesca impudenza, proprio non si capacitava che, nel bel mezzo di una pandemia, potessero pensare di licenziare un ministro così bravo e risolutore come lui. Tra i parlamentari i segnali erano ancora più preoccupanti. Pier Luigi Bersani continuava a borbottare “ecco cosa si guadagna a indebolire la Ditta”, Emanuele Fiano a parlare dell’attualità dell’antifascismo, Graziano Delrio a starsene zitto e serio, mentre Renzi si mostrava il più indignato di tutti, anche se qualcuno giura di averlo visto, in Aula, girare sovente il capo per nascondere un riso irrefrenabile.

Pian piano la situazione scivolava su di un piano inclinato, verso un sempre più inevitabile scontro al Senato, terreno instabile e infido. Tentativi, autorevoli e non, vennero posti in atto per evitare o almeno rallentare la corsa verso il baratro. Niente, perfino gli appelli dell’uomo più serio, misurato e competente della repubblica, l’elegante e nobile Beppe Grillo del Vaffa, caddero nel vuoto. Mentre tutti si domandavano se la corrida sarebbe stata di tipo spagnolo, con la morte di uno dei duellanti oppure portoghese, dove lo scontro è solo mimato, i penultimatum si susseguivano l’uno all’altro.

E il giorno della verità alla fine arrivò, sotto forma di conferenza stampa, per annunciare la pace o la guerra (o la corrida). Arrivati alla corrida, più per caso che per scelta, le prime evoluzioni dei banderilleros si svolsero nell’arena della Camera, terreno più favorevole al governo, ma subito si vide dalle veroniche che il modello era quello portoghese, il torero non aveva nessuna voglia di uccidere il bestio, anzi, dichiarava apertamente di volersene astenere. Ma il rischio del Senato restava. Anche se il Renzi furioso si era talmente intimidito da balbettare che lui, per carità, scherzava e che anzi aveva sempre ammirato il ciuffo e la pochette del Conte. La folla chiedeva però a gran voce lo scontro e il cambio del torero. Naturalmente, approssimandosi l’ora della verifica, tutti, protagonisti e portaborse, corsero verso i televisori, ma non in grandi sale attrezzate, con cameramen, giornalisti, clienti e postulanti, no piuttosto in stanzette ridotte, riservate, quasi come alla ricerca di luoghi più intimi, più adatti – se del caso – a elaborare il lutto. E così, quando la pendola del castello batté le 12 (pardon, le venti ed era la Rai) erano tutti di fronte a uno schermo.

Alle 20,30 in punto la notizia deflagrò, incontenibile. Veicolata dalle veline delle agenzie la situazione mostrava che la fortezza governativa, vecchia terra di conquista, caro Palazzo culla di tanti sogni di belle carriere, stava crollando, poiché la maggioranza, ormai irrimediabilmente divisa, non era più maggioranza. Il governo, mancando le forze, rischiava la fine. Ricerche affannose di fonti alternative, telefonate ai giornali, internet (ah, i bei tempi quando c’erano le Botteghe Oscure!) nulla pareva dare conforto, la situazione apparentemente stava precipitando. La crisi sembrava aperta. Lo stupore si cambiò in dolore, i deputati di prima nomina guardavano ansiosi gli astuti decani della maggioranza, cercando motivi di speranza, ma questi restavano muti, solo occupati a darsi un contegno e fingere di aspettare gli eventi. Si videro scene inusuali: cronisti, operatori e curiosi, scendere velocemente di numero nelle postazioni governative, per infittire quelle dei partiti di opposizione, parlamentari di sinistra divenuti parchi di commenti, quasi afoni e gente comune di destra desiderosissima invece di parlare, anzi di urlare. Nel Palazzo, presidiato dalle forze dell’ordine in mascherina, ma semideserto, il grande temporeggiatore, “Quinto Giuseppi Massimo L’Indossatore”, forse ancora asserragliato nel fortilizio o forse evaporato, non dava segni di vita né tantomeno di presenza politica (quest’ultima in effetti mancante anche prima), mentre alcuni dei suoi sodali, un po’ basiti, giravano in tondo attorno alle rovine, senza assembramenti, ma con atteggiamenti e idee molto confusi. Si mormora infatti che Luigi Zanda, nella notte, abbia raggiunto uno stato di fissità facciale preoccupante, quasi pietrificata, che Nicola Zingaretti abbia pensato di chiedere al fratello se, in ipotesi, ci potesse essere una parte anche per lui (magari come assistente di Agatina Catarella), Maria Elena Boschi, sempre elegante, abbia accennato al suo “spleen”, mentre Laura Boldrini abbia prospettato di emigrare in Africa, beninteso con un prestigioso incarico Onu.

I grillini invece, spaesati come sempre, furono uditi lamentarsi di come, nella scatoletta aperta, non ci fosse più tonno, proprio adesso che i ristoranti erano chiusi, mentre il noto garantista Alfonso Bonafede pesantemente redarguiva Speranza per non aver sprangato il parlamento per il Covid. Sembra ci siano stati fenomeni concentrici pure fuori dal Palazzo, perché osservatori dell’ammiragliato britannico hanno segnalato come branchi disordinati di sardine abbiano attraversato lo stretto di Gibilterra, abbandonando per sempre il Mediterraneo. A commento Fred Buscaglione avrebbe detto “che notte, ragazzi, quella notte”. Sembrava la notte del crollo di un vecchio e sbilenco equilibrio, del nostro locale muro di Berlino, di un sistema sempre più autoritario, ma ormai sgretolato e rabbioso, il giorno della fine di tante compiaciute vanità. Qua e là discorsi pensosi, ma poco seri “e ora dove finirà il Paese?” con la testa in realtà rivolta a una gradita e ben pagata consulenza culturale, ora a rischio. È così che un mondo un po’ fatuo, rimasto tale nonostante la protervia pasticciona del lockdown, ha cominciato ad andarsene, un mondo che in realtà era già finito, ma non se ne era accorto. E allora, scomparso Don Camillo, ad opera di un papa occupato a distruggere la tradizione, Peppone, per la nostalgia, ha provato a suicidarsi.

Sembrava tutto finito. A pensarci bene però, non tutto era perduto, no, una via d’uscita dal crollo c’era, bastava… non prenderne atto.  La brillante intuizione, vero colpo di scena, suggerita proprio dal machiavellico fiorentino, era: se io, invece di votarti contro mi limito a darti una “non sfiducia” e tu fai finta di niente e non ti dimetti, tutti restiamo in parlamento felici e contenti, così tu fai in tempo a farti il tuo partito, io il mio e alla lunga speriamo di prendere un po’ di voti al Partito Democratico e ai Cinque Stelle, perché la destra sarà pure il nemico, ma questi sono molto peggio, sono dei concorrenti. E così fu. Il patto dei campanili tra l’uomo di Rignano sull’Arno e quello di Volturara Appula, fu siglato nottetempo nella sagrestia di una piccola chiesa sconsacrata dei gesuiti e la recita, che tale era stata, subitaneamente terminò. Giù il sipario e applausi. E qui posso anche chiudere, ma non prima di aver ricordato ai colleghi di sinistra, che spero non se la prendano troppo per questa bonaria presa per i fondelli (anche perché vedo che cercheranno vanamente di continuare a governare come nulla fosse) che, prima o poi, si dovrà comunque rivotare e questa volta per davvero, nelle elezioni politiche. E che allora la gente potrà dimostrare di avere o no gradito la pièce teatrale che le avete proposto nell’ultimo anno, invece di un vero governo. Se, come credo e spero, le elezioni non andranno bene per voi, potrete sempre riflettere sul fatto che anche le sconfitte hanno un pregio, perché ricordano la democrazia a chi – non è un po’ il vostro caso? – pensa invece di essere naturalmente predestinato al potere. Compagni, non siete predestinati al potere e neanche all’opposizione, dipende dai cittadini elettori, della cui libertà, spesso, troppo spesso, vi scordate completamente. Auguri.