Recovery plan: inferno e paradiso

Il nodo politico che minaccia il Governo di Giuseppe Conte riguarda principalmente (ma non solo) la realizzazione del Recovery plan. Che, detta in soldoni, significa il modo con cui spendere la montagna di denari promessi dall’Europa all’Italia. Nulla di gratuito, sia chiaro. I fondi che saranno ricevuti dovranno essere restituiti o in forma diretta ripagando i prestiti oppure, per la quota erogata dall’Unione a titolo di sovvenzioni, partecipando da contributori a pareggiare il bilancio comunitario. Si tratta comunque di una generosa apertura di credito dell’Europa verso il nostro Paese, affrontata nella prospettiva che questo si rialzi dopo la tempesta pandemica e la sua economia riprenda a crescere in linea con quelle degli altri Paesi dell’Ue. Fin qui i buoni propositi.

Ma c’è un risvolto della medaglia con cui fare i conti. Nel caso del Next Generation Eu l’inghippo sta nella destinazione dei finanziamenti. Il Paese che li riceve, in questo caso l’Italia, non ha la libertà di farne ciò che vuole ma deve attenersi al piano di sviluppo pensato a Berlino e codificato a Bruxelles. La questione non è irrilevante. Se finora abbiamo ritenuto che la visione strategica per il futuro di una comunità statuale dovesse spettare al singolo Paese, cadendo sotto la giurisdizione esclusiva della sovranità nazionale, con il Recovery fund, al quale si connette il principio della mutualizzazione comunitaria dei debiti contratti sul mercato, la competenza a tracciare le traiettorie dello sviluppo economico dei Paesi aderenti all’Ue si concentra stabilmente nelle mani dell’entità sovranazionale. Che potrebbe essere un bene se il processo progettuale fosse stato condiviso tra le istituzioni rappresentative dei singoli Stati attraverso un confronto aperto, visibile e democratico. Ma non è stato così. Ciò premesso, oggi abbiamo un Governo debole e una maggioranza litigiosa, impegnati a ottundere i sensi agli italiani con quantità industriali di trasformismo politicista. L’inquilino di Palazzo Chigi spaccia come successo personale i tanti miliardi (209) ottenuti per finanziare il Piano, ma balbetta sul dove verranno concretamente allocate le risorse e per farci cosa. Conoscerne la destinazione serve a comprendere chi effettivamente potrà riceverle e chi sarà tagliato fuori dalla distribuzione.

La polemica scatenata da Italia Viva sull’inadeguatezza del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ha un fondamento condivisibile. La richiesta pressante avanzata da Matteo Renzi di poter interloquire nel merito dell’implementazione del Piano, pena la minaccia di apertura della crisi di governo, smaschera la debolezza strutturale dell’idea che reca in sé il progetto europeo e che sta nell’imporre a ogni Paese sussidiato un modello di sviluppo economico deciso altrove. La bozza definitiva approvata in Consiglio dei ministri con l’astensione delle ministre di Italia Viva, nell’arco temporale pluriennale di attuazione del Recovery plan, prevede un impiego di risorse per 222,9 miliardi di euro da destinare a 47 linee di intervento su progetti omogenei e coerenti. Nelle intenzioni del Governo l’azione di rilancio si focalizza su obiettivi di policy connessi a tre assi strategici: digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale. Il risultato atteso, in base agli impatti stimati sulle principali variabili macroeconomiche, è di consolidare la crescita del Pil entro il 2026 – ultimo anno del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) – a + 3 punti percentuali sullo scenario tendenziale.

Il Piano si articola in sei missioni da cui dipendono sedici Componenti funzionali che danno vita alle 47 linee d’intervento progettuale. Le 6 aree tematiche su cui esso poggia riguardano: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute. Tuttavia, le missioni non saranno finanziate in eguale misura. Su quanti denari assegnare e su dove impegnarli bisogna attenersi alle linee guida della Commissione europea. Perciò, se al capitolo “Istruzione e ricerca” il Governo assegna 28,49 miliardi complessivi (12,78 per cento), a quello sulla transizione ecologica vanno 68,90 miliardi (30,91 per cento), cioè la quota più sostanziosa. La domanda è: il sistema produttivo italiano ha realmente bisogno che alla rivoluzione verde vadano tutti questi denari? Avanziamo il sospetto che tante risorse ci siano state concesse per creare una riserva finanziaria a beneficio di qualcun altro, magari di multinazionali estere, con un piede nel sistema industriale nostrano, impegnate a riconvertirsi al “green” nel mentre venga imposto al Governo di tralasciare ogni politica d’intervento in favore delle produzioni autoctone realizzate dalle Piccole e Medie imprese italiane con mezzi, know-how e processi di produzione tradizionali. La transizione ecologica, in nome della sostenibilità ambientale, sarà mirata ad azzerare il comparto della pesca che è un’eccellenza italiana? E poi, perché di tanta scarsa attenzione al settore trainante dell’agricoltura?

La congiuntura pandemica ha fatto esplodere la crisi strutturale di intere filiere del settore terziario. La si risolve finanziando la transizione digitale con “la realizzazione di reti ultraveloci in fibra ottica, 5G ed investimenti per il monitoraggio satellitare”? Sia chiaro: non che questi investimenti non servano, tuttavia oltre a pensare in grande, magari a beneficio di realtà industriali dell’export che svolgono una funzione ancillare rispetto all’apparato industriale tedesco, bisogna preoccuparsi di dare risposte al bottegaio all’angolo di strada che stenta a sopravvivere commercialmente. E fisicamente. Non è ipotizzabile che il Piano nazionale di ripresa e resilienza sia ispirato a una sorta di darwinismo economico, in base al quale solo quelli integrati nei piani di sviluppo delle economie dei Paesi egemoni nell’Unione europea sopravvivano a spese di tutti gli altri, soccombenti. Lo diciamo con qualche preoccupazione perché non vorremmo che in tempi bizzarri, nei quali la sinistra si industria con zelo nella odiosa pratica di dare del fascista e razzista a chiunque non si allinei ai suoi paradigmi ideologici, le élite illuminate del progressismo europeo riportino in auge le teorie spenceriane sulla lotta per la sopravvivenza e sul diritto naturale del più forte a dominare a spese del più debole. Ci sta che il razzismo intrinseco dei progressisti se la prenda con i “bifolchi” alla Donald Trump, ma che poi tale sistema di selezione della specie debba essere messo a regime con i soldi di tutti i contribuenti, compresi quelli che nei progetti degli illuminati sono destinati alla macelleria sociale, è inaccettabile. Visto che questo Governo è prone alle imposizioni di Bruxelles sia l’opposizione a vigilare e a lottare in sede parlamentare e, se necessario, nelle piazze per impedire un tale scempio. Giuseppe Conte insiste con un refrain divenuto insopportabile: sul Recovery plan si deve correre.

Il tocco di pennello futurista, in stile Umberto Boccioni, non convince. Lui lo dice perché spera di poter ricevere da Bruxelles la prima tranche (circa il 13 per cento dell’importo complessivo del Piano) già nelle prossime settimane, prima della tornata elettorale delle amministrative. Non è forse che “Giuseppi” e soci del Partito Democratico, temendo un bagno di sangue nelle urne, stiano pensando di distribuire un po’ di denari freschi, che mai potrebbero essere attinti da ulteriori scostamenti di bilancio in deficit, per farne marchette elettorali? La destra non glielo permetta. Ora non è tempo di correre, ma di riflettere. Si scelga bene a quale Piano aderire perché ciò che verrà deciso in questi giorni non si trasformi in un moltiplicatore del debito pubblico per le prossime generazioni di italiani. Si può essere criminali in diversi modi, non soltanto indossando una coppola e imbracciando una lupara. Sfruttare risorse pubbliche, che i cittadini dovranno ripagare, per fare la selezione tra chi dovrà essere aiutato e favorito e chi invece dovrà essere eliminato è la modalità migliore per balzare in testa alla classifica dei briganti.