L’eversiva dittatura dei social media

La circostanza più grave emersa in questi giorni dopo il tragico epilogo dell’assalto farsesco a Capitol Hill – al netto dei morti che ci sono scappati, quasi tutti provocati dalle regole di ingaggio dei poliziotti americani che prima sparano e poi chiedono i documenti a chiunque e non solo ai neri dei ghetti – è stata quella emersa dal constatare che i social network, come Facebook e Twitter, si comportano come se fossero delle entità statali sovranazionali indipendenti, con loro leggi e regole spesso incomprensibili e gravate dal famigerato doppio standard. Si censura Donald Trump, perché implicitamente inviterebbe alla violenza e alla insurrezione – facendo un processo alle intenzioni degno di migliore causa – ma si ignorano, facendo finta di niente, i tanti account presenti nei due principali social mondiali intestati ad Hamas, alle Farc (Forza armate rivoluzionarie della Colombia), agli Hezbollah, agli Ayatollah iraniani e alle organizzazioni rivoluzionarie armate di mezzo mondo, anche a trazione islamica, che invitano esplicitamente all’assassinio di ebrei, crociati e capitalisti in nome del futuro radioso che verrà.

Esiste quindi un problema di imperialismo di questi social media che dettano le regole per continuare ad avere un account dopo averlo reso negli anni e nella consuetudine indispensabile per esistere, anche politicamente parlando, al giorno di oggi. E meno male che a suo tempo proprio il tanto deprecato Donald Trump si era opposto a che Facebook battesse una propria cripto valuta. Sennò a quest’ora il circolo si sarebbe chiuso con il relativo patatrac. Infatti, questa prepotenza para tirannica dei vari Mark Zuckerberg e questo opportunismo politico, mascherato da buonismo, sta rivelando di che pasta siano fatte queste nuove espressioni della comunicazione globale: trattasi niente altro che di lobby che parassitano i nostri dati, per rivenderseli sotto banco a imprese di mezzo mondo che ci controllano persino negli spostamenti, oltre che nei gusti relativi ai consumi. Inoltre, gestiscono arbitrariamente un controllo politico e sociale sulle nostre opinioni e sui nostri comportamenti. Uniformando il metro di giudizio a una sorta di minimo comune denominatore che tanto assomiglia a quello del neo-maoismo cinese di Xi Jinping.

A questo punto urlare contro la presunta eversione trumpiana culminata nell’assalto apra grillino di Capitol Hill e non vedere cosa in realtà stia bollendo in pentola equivale a quella imbecillità – consapevole o indotta – di coloro che guardano il dito invece della luna indicata. Viene in mente che questa atmosfera da Terza guerra mondiale non ancora dichiarata sia il frutto non tanto e non solo dalla pandemia di quello che Trump giustamente chiamava “virus cinese” quanto di una tendenza di tutte le democrazie liberali al “cupio dissolvi” in nome del “politically correct”. Prendersela ora con Trump come se “la malattia” fosse lui – e non magari solo un grave sintomo – equivale per analogia a giustificare il terrorismo islamico, facendosi scudo della causa palestinese. Trump è infatti solo un aspirante e forse persino compiaciuto capro espiatorio della crisi mondiale, politico ed economica, mentre quella causa è da sempre una foglia di fico di quei Paesi che non riconoscono il diritto di Israele ad esistere. Se il dibattito geo politico mondiale è ancora fermo a questo, siamo freschi. Anzi freschissimi.