Usa-Trump, o dell’importanza delle buone maniere nella guerra civile culturale

Note sparse sull’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio

Quel balordo con le corna e la pelle di bisonte nella sala affrescata di Capitol Hill è l’emblema di un Occidente che si sta suicidando ad opera dei suoi barbari interni, spesso più pericolosi e ignoranti di quelli esterni. Donald Trump ha inferto un serio colpo all’immagine degli Usa e della civiltà liberale occidentale. I suoi atteggiamenti del tipo “dopo di me il diluvio” e “muoia Sansone con tutti i filistei” mi hanno vagamente ricordato, fatte le debite differenze, l’atteggiamento psicologico di Adolf Hitler quando, il 19 marzo 1945, resosi finalmente conto della sconfitta inevitabile, e quando probabilmente già pensava al suicidio (che commise poi circa un mese dopo), emise il famoso “decreto Nerone”, con cui ordinava all’esercito tedesco la distruzione di tutte le fabbriche e le infrastrutture tedesche: in pratica ordinò l’autodistruzione della Germania. (L’ordine, per la cronaca non fu eseguito). Trump non mi è mai piaciuto, al di là delle sue politiche (talvolta condivisibili) soprattutto perché usa un linguaggio e delle maniere da cafone, per giunta ricco. La civiltà (e non solo quella occidentale) è fatta anche di buone maniere”, di gentilezza, urbanità di modi, rispetto delle regole e degli altri. Claude Levi-Strauss diceva: se non consiste nelle buone maniere, in cosa consiste allora la civiltà?”. Lo so che da qualche tempo (dal 1968?) in Occidente la trasgressione fine a se stessa, il turpiloquio, la violenza, la brutalità, le cattive maniere, l’ostentazione della ricchezza (e della virtù) sono diventati alla moda e in qualche caso persino emblemi del progressismo dei distruttori professionali di ogni tradizione e di ogni tabù. Lo so. Ma questi non sono segni della civiltà occidentale, ma del suo contrario. Sono segni della barbarie post-moderna interna all’Occidente, ma nemica della civiltà occidentale.

Trump è indifendibile ed è responsabile non solo indiretto per aver fomentato, o per lo meno non aver evitato – né poi fermato – l’assalto a Capitol Hill. Ma bisogna dire per la verità che la “guerra civile” Usa è cominciata quattro anni fa ad opera dei democratici che da allora non hanno mai accettato la sua elezione. Lo hanno delegittimato e demonizzato cercando di destituirlo con campagne diffamatorie e inchieste rivelatesi tutte prive di fondamento. La differenza è che i democratici non hanno commesso il grossolano e fatale errore di incitare i loro fan ad assaltare il Congresso, ma hanno usato forme più raffinate e comunque democratiche: i media, le inchieste, la giustizia. Trump invece quell’errore lo ha commesso. Ed è giusto che ne paghi le conseguenze e impari la lezione. Le forme – come le buone maniere – contano. E molto. Anche quando si vuole delegittimare l’avversario. Nell’ultimo anno la “guerra civile” negli Usa si è intensificata ed ha avuto il suo culmine l’estate scorsa, quando molti americani, inorriditi per l’uccisione da parte di un poliziotto di George Floyd, sono scesi per strada per manifestare il loro orrore e la loro rabbia. Ma l’egemonia del movimento fu assunta dall’organizzazione estremista Black Lives Matter, che accusava la “polizia di Trump”, e Trump stesso di razzismo. Il movimento organizzò così saccheggi, incendi, distruzioni, tra cui la demolizione di statue di uomini-simbolo del passato americano. Nemmeno padri della Patria come Thomas Jefferson e Abraham Lincoln sono usciti indenni dalla campagna iconoclasta. I democratici e la loro stampa, quando non soffiarono sul fuoco, assunsero, un atteggiamento di ambigua neutralità solo perché il movimento favoriva e accentuava la demonizzazione di Trump. L’assalto al Congresso è sotto molti aspetti la più recente manifestazione dell’odio di sé occidentale che negli Usa si manifesta da tempo anche con una guerra moralistica a personaggi e simboli della tradizione. La chiamano “cancel culture”. “Tutta la tradizione culturale è da cancellare”, dicono. La “guerra civile” ideologica americana che ha spaccato gli Usa in due parti che non si parlano, si guardano in cagnesco e ora si odiano, è una guerra soprattutto culturale. Le guerre culturali (dette anche scontri di civiltà come quello tra Islam e Occidente) sono conflitti estremamente pericolosi, perché coinvolgono l’identità, cioè il cuore, le passioni e gli ideali dell’Io e del “Noi”. Quali sono le culture in conflitto negli Usa? La domanda interessa anche gli europei perché si tratta di un conflitto culturale presente anche in Europa. Semplificando, da una parte ci sono i globalisti anti-tradizionalisti e multiculturalisti che mirano a sciogliere l’identità americana (ed euro-occidentale) in un indistinto melting pot culturale (non solo etnico); dall’altra parte ci sono i tradizionalisti difensori della cultura e dell’identità americana (ed euro-occidentale) tradizionale. Alcuni di questi ultimi sognano un impossibile ritorno all’America dei “wasp” dell’Ottocento quando i bianchi protestanti erano il gruppo egemone.

Gli Usa sono stati finora un melting pot etnico, una società multi-etnica ma non multiculturale. Anzi il melting pot americano è stato finora assolutamente mono-culturale. E “pluribus unum” – è scritto non a caso – su monete e stemmi americani. Questo significa molte etnie, molte religioni, molte opinioni, ma una sola cultura pubblica. Quale cultura? Non quella basata su una religione trascendente (tutte essendo considerate meritevoli di pari rispetto), ma quella basata sulla religione civile delineata dalla costituzione americana che prevede una sola legge e quindi diritti (e doveri) uguali per tutti, a prescindere da etnia, sesso, religione. Il relativismo multiculturalista politicamente corretto sostiene invece l’inclusione di culture pubbliche allogene e promuove diritti e doveri diversi a seconda della cultura che si vuole includere anche nell’ordinamento giuridico vigente nel Paese. L’attuale egemonia del politicamente corretto multiculturalista, diffusa dai media e dai centri di potere progressisti, rappresenta perciò un vero shock culturale per molti americani che si sentono aggrediti nella propria identità da globalisti, relativisti e multiculturalisti. Questi ultimi usano svalorizzare e disprezzare l’identità e intera nazione americana, insieme all’intera civiltà occidentale cristiana, accusando l’intera nazione americana di essere portatrice dei geni e dei germi del male, non solo per i delitti realmente commessi (il genocidio degli indiani, lo schiavismo, il razzismo), ma anche per quelli spesso immaginari commessi dall’Occidente nel corso dell’intera storia del mondo. La colpa sarebbe collettiva e retrospettiva: di tutti gli americani e di tutti gli occidentali. Colpevolizzano e stigmatizzano così chiunque si senta, per cultura, religione, fede politica o altro, culturalmente ed affettivamente legato e fedele alla propria nazione (americana) e alla propria civiltà (occidentale). Anzi i bright (illuminati) progressisti spesso ridicolizzano i fedeli della religione cristiana che ritengono “retrograda e corrotta” perché condanna l’omosessualità e l’aborto; e insolentiscono chiunque si senta legato ad una cultura primitiva”, obsoleta” e marcia” (oltre che criminale), come quella occidentale in cui non vedono altro che razzismo, schiavismo, sessismo e fascismo.

I “bright” sono tra gli altri i fautori della cosiddetta “cancel culture”, che sta mettendo al bando i padri della patria americana e i più venerati autori della intera tradizione letteraria e filosofica occidentale: anche Jefferson e Lincoln sono caduti sotto la mannaia del razzismo anacronistico e nemmeno Omero, ultimo ad essere bandito, è stato risparmiato. È una continua ecatombe di simboli, di statue e personaggi buttati giù dai loro piedistalli. Ognuno di questi auto da fé culturali è una ferita al cuore per chi è cresciuto in quella tradizione, vi si identifica e la ama. Quest’ultimo odia dal profondo del cuore, perciò quei bright e la loro ideologia. Ed è disposto a combattere contro di loro per la conservazione della propria cultura in cui consiste la sua anima e la sua identità. In definitiva, negli Usa è in corso una guerra culturale tra nemici e difensori della tradizione culturale occidentale. I primi mirano a sostituirla con una cultura senza limiti e confini dell’indistinto, dell’indifferenziato, dell’assenza di tradizione e di valori sacri. I secondi la vogliono difendere. Ma a spesso tendono a farlo con metodi illiberali e non democratici, e persino violenti, sulla base del sogno irrealistico di un impossibile ritorno ad un’America che non esiste più e che non può più ritornare.