Capitol Hill: il giorno che si finse l’assalto alla democrazia

La vicenda delle presidenziali negli Stati Uniti è finita come doveva finire: per l’ultimo atto di Donald Trump da capo della prima potenza mondiale, uno scenario wagneriano da Crepuscolo degli dei. L’assalto a Capitol Hill, simbolo della democrazia occidentale, è stato un errore e, insieme, una trappola in cui i rozzi sostenitori di “The Donald” si sono cacciati trascinando con loro la reputazione dello stesso Trump. A dirla tutta, per le modalità con le quali si è svolta l’incursione nell’edificio del Congresso c’è da sospettare che quella follia a qualcuno dei nemici del presidente in carica non dispiacesse affatto, al punto da auspicarla se non proprio favorirla. Perché, decorticando la realtà dal denso strato di demagogia con cui il mondo progressista ha narrato l’accaduto all’opinione pubblica mondiale, le conseguenze concrete del gesto inconsulto sono state un generoso regalo al neoeletto Joe Biden, ai Democratici e ai loro supporter incistati negli interstizi del Deep State (lo Stato profondo dei cosiddetti poteri forti) che è stato il vero nemico politico della presidenza Trump.

Dopo Capitol Hill a Trump e a i suoi sostenitori sarà difficile continuare a battere sul tasto del furto elettorale subìto. Tuttavia, la farsa dell’assalto al Parlamento, proseguita con la sceneggiata delle anime belle del progressismo sull’insurrezione contro le “sacre” istituzioni democratiche, non sana la faglia che divide l’America in profondità e che riflette la condizione di una crisi identitaria dell’Occidente. Al netto del folklore dei rivoltosi di Capitol Hill, la piazza che si è radunata a Washington per contestare la proclamazione ufficiale della vittoria di Joe Biden restituisce la fotografia di quel popolo degli abissi (la locuzione è stata coniata dallo storico dell’Economia, Giulio Sapelli) che emerge dalle profondità delle aree marginalizzate delle società capitalistiche, bucando la superficie del conformismo ideologico. L’obiettivo della protesta, debordata in scimmiottamenti ribellistico-insurrezionali, è di rendere manifesta la rabbia verso un sistema socio-culturale-economico che penalizza gli esclusi dalle dinamiche della globalizzazione inducendo disperazione economica ed esistenziale. Sbeffeggiare i ruspanti contestatori muniti di elmi con le corna, di pelli di bisonte e di armi, criminalizzarli, insultarli non servirà ad eliminarli. Il malessere nell’America profonda c’è e non saranno le condanne e le sopracciglia inarcate dei benpensanti ad estirparlo. È possibile che dopo la follia di ieri l’altro Donald Trump si sia giocato il proprio futuro politico, ma il trumpismo, e tutto ciò che esso ha rappresentato per gli Stati Uniti e per l’Occidente, non è morto. È un fuoco che coverà sotto la cenere, pronto a ravvivarsi quando la razza padrona progressista, che oggi si riconosce in Joe Biden e ancor più nella vicepresidente Kamala Harris, proverà a completare la trasformazione antropologica della società americana, e di rimando occidentale, iniziata da Barack Obama. Esploderà quando i “liberal” di Washington e la buona borghesia dell’Upper side della costa atlantica spalancheranno le porte all’onda, azzeratrice della storia, mossa dalla “Cancel Culture”. L’incendio propagherà quando nelle scuole e nelle università grandi capolavori della letteratura e dell’arte non potranno più essere letti o studiati perché giudicati razzisti o sessisti. Com’è accaduto in una High School del Massachusetts dove gli insegnanti, adepti del “Disrupt Texts”, hanno sentenziato che l’Iliade e l’Odissea dovessero essere espunte dai programmi di studio essendo stato ritenuto Omero “un bieco razzista e sessista” (la notizia è riportata nell’illuminante articolo di Michele Marsonet, pubblicato su Atlantico, di cui si consiglia la lettura).

Siamo sulla soglia dell’abisso con l’inverarsi nel reale del mondo descritto da Ray Bradbury nel profetico Fahrenheit 451: chissà che un giorno alcuni di noi, i più tenaci, non saranno costretti a imparare a memoria le grandi opere del passato per poterle salvare dalla furia iconoclasta del politicamente corretto per poi trasmetterle alle future generazioni quando il mondo sarà liberato dalla dittatura del progressismo. Ciò che di spaventoso si va delineando all’orizzonte della coppia Biden-Harris è l’instaurazione di una democrazia-simulacro, che dell’antica forma di governo mantiene l’involucro esteriore ma ne ha dismesso il contenuto sostanziale, di rappresentazione fedele della sovranità popolare. La democrazia-simulacro ha un linguaggio universale, il politicamente corretto, al quale non solo gli statunitensi ma tutti gli occidentali dovranno adeguarsi. Ma cosa accadrà quando in nome dell’ideologia “green”, in tutto l’Occidente verranno bruciati milioni di posti di lavoro? Cosa accadrà quando il solco che divide le élite dei privilegiati dalle masse dei diseredati diventerà una voragine incolmabile? La razza padrona di Washington con i suoi referenti europei, anche italiani, punta a disegnare il futuro di una quota d’umanità, cancellandone storia, identità, memoria e riscrivendo i codici di alcuni valori finora ritenuti fondanti. Come quello assoluto della libertà di espressione. Nel giorno della bravata dei trumpiani a Capitol Hill, di là dall’infantile sbrego al simbolo della democrazia (costato la vita a quattro manifestanti), il vero atto sostanziale di privazione della libertà l’hanno compiuto i manipolatori del pensiero, che controllano l’immenso mondo dei social, decidendo autoritativamente di oscurare i messaggi del presidente Trump. A seguito degli incidenti nella capitale, Facebook ha bloccato a tempo indeterminato la pagina di Donald Trump. Il proprietario Mark Zuckerberg, secondo le ricostruzioni di Axios, avrebbe definito la situazione a Washington un’emergenza. Domandiamoci allora chi sia più pericoloso per la sopravvivenza dell’idea di libertà: il rozzo contestatore che si fa fotografare seduto alla scrivania della Speaker alla Camera dei rappresentanti, Nancy Pelosi, o il titolare di una rete social di dimensioni planetarie che decide insindacabilmente chi debba esprimersi e chi invece debba essere censurato?

Oggi si parla di Stati Uniti e sono tante le anime belle del progressismo nostrano che l’altra notte si sono straccate le vesti per la protesta inscenata a Washington. Eppure, le medesime anime belle non si preoccupano di ciò che sta accadendo in Italia con un governo minoritario nella volontà popolare che imperterrito continua a tenere in scacco il Paese. C’è un comun denominatore che connette il progressismo delle due sponde dell’Atlantico: la pretesa di riconfigurare la democrazia privandola dell’elemento strutturale della volontà popolare. Nel luglio del 2019, in un’intervista al Financial Times, il leader russo Vladimir Putin parlò apertamente di democrazia liberale finita nel presente contesto storico. L’asserzione destò l’indignazione dei liberal occidentali, cioè di quegli stessi che hanno trovato giusto che, negli Stati Uniti, la prassi elettorale democratica venisse profanata dal ricorso massiccio al voto postale, tutt’altro che trasparente, nella convinzione che il fine (far fuori politicamente Donald Trump) giustificasse il mezzo (la truffa elettorale). Resta da chiedersi chi meglio abbia intonato il De profundis allo spirito autentico della democrazia: i sovranisti, brutti sporchi e cattivi, o i progressisti, campioni del Bene e delle buone maniere? La giornata dell’assalto a Capitol Hill andrà presto in archivio e verrà tirata fuori soltanto per completare l’opera di annientamento del nemico politico Donald Trump. Ma qualcosa è sfuggito al perfetto quadretto confezionato dalla narrazione liberal: i rozzi invasori di Capitol Hill un risultato l’hanno ottenuto. Hanno avuto il loro martire, l’eroina in nome della quale continuare la crociata anti-progressista. È Ashli Babbit, la donna (disarmata) uccisa da un proiettile al cuore esploso da un agente in servizio al Campidoglio. La Babbit era nel vivo della protesta perché convinta fan di Donald Trump. Aveva 35 anni ed era una veterana dell’Us Air Force. Nelle foto sui social amava apparire con la maglietta del QAnon, la milizia estremista che sostiene teorie complottiste sul ruolo del Deep State nell’affossare la presidenza Trump. Giusta o sbagliata che fosse la sua idea, quel che certo è che da domani la defunta Babbit sarà un’icona da portare in battaglia alla testa delle schiere dei “barbari”, visti all’opera ieri l’altro. E quando un popolo di disperati trova la sua Giovanna d’Arco alla quale votarsi, per i nemici e persecutori, di solito, non finisce bene.