Da Galimberti alla Consulta: l’oblio della persona umana

Il decreto “Cura Italia”, emesso nel marzo scorso dall’autocrate Giuseppe Conte, con l’assistenza dei pentastellati – i quali stanno al diritto come il diavolo all’acqua santa – prevedeva che la prescrizione dei reati rimanesse sospesa durante la pandemia, cioè in modo parallelo alla sospensione dei termini processuali ordinari. E già questo parve assai strano, per chi godesse di un minimo di sensibilità giuridica, in quanto si bloccava il decorso del tempo a svantaggio dell’imputato, ma senza che questi avesse un qualche minimo ruolo nelle cause del blocco, cioè la pandemia. Oggi, la nostra Corte costituzionale è andata ben oltre nel percorso di sfaldamento progressivo dello Stato di diritto in cui è già da tempo impegnata, stabilendo la piena legittimità addirittura della applicazione retroattiva di tale blocco, valevole cioè anche per i reati commessi in epoca antecedente alla pandemia: decisione aberrante, questa, e palesemente antigiuridica, in quanto in aperto conflitto con il principio della non retroattività della legge più sfavorevole per l’imputato: l’esito è un tragico disconoscimento dei diritti fondamentali della persona umana. Probabilmente per questa ragione, il relatore designato dalla Corte per riferire a tutti i suoi componenti, il giudice Nicolò Zanon, in aperto, ma vano, dissenso, si è rifiutato di redigere la motivazione di tale sentenza: un fatto assolutamente inedito, che non accade mai presso i collegi giudicanti e che fa comprendere l’assurdità della deliberazione della Consulta.

Dobbiamo meravigliarci di quello che sta accadendo sotto i nostri occhi, allibiti ed increduli? Fino a un certo punto. Infatti, da un certo punto di vista, questa sentenza non può che qualificarsi come una gigantesca “topica”, vale a dire come un grossolano errore di prospettiva giuridica. Ma, da un altro punto di vista, non ci si può sorprendere oltre una certa misura, per il semplice motivo che l’“humus” culturale di fondo sul quale si muove inevitabilmente anche la Corte costituzionale, viene oggi emblematicamente rappresentato da Umberto Galimberti, vale a dire uno dei più noti ed influenti pensatori del nostro tempo, spesso invitato in televisione nell’ambito di trasmissioni culturali o di semplice intrattenimento, autore di numerosi saggi di carattere filosofico e psicologico molto conosciuti e venduti, intervistato da giornali a tiratura nazionale. Infatti, pochi giorni or sono Galimberti, con sorpresa e perfino imbarazzo dei suoi medesimi estimatori – ma in realtà ricalcando quanto aveva già affermato tre anni or sono nel corso di una assai seguita trasmissione televisiva – intervistato da Walter Veltroni per il “Corriere della Sera”, ha dichiarato, come nulla fosse, che è stato il Cristianesimo a fondare l’individualismo nella civiltà occidentale, perché ciascuno si salva l’anima da solo, con l’esito di svalutare il senso stesso della società, incaricata non già di fondare il “bene comune”, ma soltanto di rimuovere ogni possibile ostacolo alla salvezza dell’anima individuale. Orbene, si tratta anche in questo caso – anche se spiace doverla registrare a carico di uno studioso come Galimberti – di un’altra gigantesca quanto inspiegabile “topica”, vale a dire di un grossolano errore nella ricostruzione delle coordinate storiche e culturali della civiltà occidentale. Anche uno studente liceale sa bene, infatti, senza bisogno di compulsare testi specialistici, che uno dei portati fondamentali del Cristianesimo è stato proprio il superamento dell’individualismo nel verso della scoperta e della affermazione della “persona”, cioè del soggetto umano che si costituisce a partire da un reticolo potenzialmente infinito di relazioni con i suoi simili, dalle quali germina il legame sociale. Ne abbiamo peraltro una prova di carattere lessicale e concettuale considerando la terminologia introdotta proprio del Cristianesimo: “ecclesia”, “comunità”, perfino “trinità”.

Insomma, una ricca costellazione ideale, espressa attraverso un lessico specifico, che tutta veicola il senso del comune destino degli uomini, solidali fra di loro oltre ogni pur scaltrita prospettazione filosofica. Basti pensare soltanto a due dati oggettivamente appartenenti alla specificità della cultura cristiana e che fanno bene intendere l’assurdità e la assoluta infondatezza delle considerazioni di Galimberti. Per un verso, si pensi a quello che viene tradizionalmente inteso e tramandato come il primo dei comandamenti, “ama il prossimo tuo come te stesso!”, il quale certamente significa l’esigenza di proiettarsi fuori del circuito della propria egoità nel verso della salvezza dell’altro e non di sé. Oppure si ponga mente al celebre monito di Sant’Agostino – che evidentemente Galimberti ignora – il quale, scrivendo contro Fausto Manicheo, annota che “non intratur in veritatem, nisi per caritatem”, subordinando addirittura la conoscenza del mondo alla apertura caritatevole verso gli altri. E questo sarebbe individualismo? Questo sarebbe mirare solo alla salvezza individuale? Probabilmente, con imbarazzo, bisogna dedurre che Galimberti o non conosce o non ha capito nulla del Cristianesimo.