Carceri, ospedali e scuole: in Italia sono tutti da rifare

Quando erano solo le carceri in condizioni disumane, fatiscenti e insalubri i perbenisti di scuola forcaiola ragionavano così: che pretendono ‘sti delinquenti? Un albergo a cinque stelle? Poi la nemesi ci ha portato una pandemia e ci siamo accorti che si poteva venire reclusi anche senza avere fatto reati. Magari in ospedali non tanto dissimili nelle condizioni da alcune delle carceri suddette. E anche in quel caso abbiamo cominciato a sentire ragionamenti del tipo “beh, a novanta anni di qualcosa si dovrà morire”, “dobbiamo scegliere chi curare”, “i soldi non bastano e gli ospedali tocca tenerseli così”. E guai a parlare dei soldi del Mes per metterli a posto. Infine, abbiamo scoperto che ci sta un bel problema anche con le scuole pubbliche. Cascavano a pezzi anche prima del Covid. Non ci stavano le condizioni di sicurezza prima figurarci adesso. E questa incuria, fatalmente, trasforma chi lavora in carceri, ospedali e scuole in persone che salvo i casi dell’eroismo a tutti noti – ma a maggior ragione beato il Paese che non ha bisogno di questi eroi – tirano a fare orario e a tornare a casa con le proprie frustrazioni, senza molta passione, disillusi da tutto tranne che dallo stipendio sicuro a fine mese.

Carceri, ospedali, scuole. Un Paese civile notoriamente, al netto delle note citazioni illuministe, si giudica da come queste tre strutture, solo apparentemente distanti tra loro, sono tenute. Le tasse servono anche e soprattutto per dare ai cittadini servizi pubblici dignitosi. Se ti capita di andare in ospedale non devi morire di Coronavirus in un cesso come all’ “Antonio Cardarelli” di Napoli, se vai in carcere magari innocente non ti devi ammalare di Covid o impiccarti per la disperazione. Se devi come tutti andare alla scuola dell’obbligo – o all’Università – il tetto non deve caderti in testa né rischiare di contagiarti. In Italia questi discorsi di base – che implicano anche il problema della giustizia, quello della magistratura e quello di una politica sempre più ridotta a ricerca di un facile consenso utilizzando giornali e tv servili (o con il “fai da te” sui social media) il tutto calpestando ogni istituzione o ridicolizzandola nelle proprie pretese retoriche da “chiacchiere e distintivo” – li fanno solo i Radicali. Come Rita Bernardini che adesso sta in sciopero della fame per stanare il ministro della Giustizia proprio sul problema Covid e sovraffollamento carcerario, ora che la trascuratezza ha fatto sì che si infettassero a centinaia sia tra i detenuti sia tra il personale di custodia. Comprese le sezioni del 41 bis teoricamente isolate da tutto, ma non dai comportamenti a rischio degli agenti che, facendo avanti e indietro con il mondo reale, non sempre hanno usato le precauzioni obbligatorie a parole un po’ per tutti. Tipo la mascherina. Ma può un Paese di 60 milioni di persone, buona parte delle quali se ne sono spesso in passato fregate di tutte queste cose – magari prendendo esempio da chi li ha governati negli scorsi decenni – essere salvato solo dalla buona volontà e dai digiuni di dialogo di quei quattro gatti dei Radicali?