Dopo Palamara? Come prima, più di prima…

A sentire la lunga e vibrante requisitoria che i sostituti procuratori generali della Cassazione – dott. Pietro Gaeta e dott. Simone Perelli – hanno pronunciato pochi giorni or sono al Consiglio Superiore della Magistratura chiedendo – ed ottenendola (come era facilissimo prevedere) – la radiazione di Luca Palamara, ormai siamo a posto.

Certo, questo procedimento disciplinare avrà dei figli e dei nipotini, nel senso che altri ne dovranno esser celebrati nei confronti di tre o quattro altri magistrati, che parteciparono con lui alla famosa cena incriminata, ma si tratta di bazzecole, di conseguenze noiose quanto inevitabili che non alterano il quadro complessivo delle cose.

E quale sarebbe questo quadro complessivo?

Ovvio, il risanamento completo e definitivo della magistratura associata, dal momento che – come ha detto uno dei due sostituti, non temendo evidentemente di suscitare in coloro che poi avrebbero letto o saputo il più assoluto sconcerto – il comportamento di Palamara rappresenta “un unicum nella storia della magistratura italiana”.

E allora, è tutto a posto seguendo il filo logico dipanato dalla requisitoria: siccome ciò che ha fatto Palamara è un “unicum”, radiandolo dalla magistratura, non solo si punisce il malfattore, ma si evita che in futuro vicende simili possano di nuovo verificarsi.

Peccato che la logica – e questa appena indicata non sfugge a questa regola generale – se ci dice molto sulla coerenza del ragionamento, non ci dice nulla sul suo portato di verità.

Per capire se questo sillogismo sia oltre che logico, anche vero, occorre sottoporre a verifica il suo punto di partenza circa la unicità del comportamento di Palamara.

E allora ci vuol poco a capire che questa presunta unicità di cui si parla nella requisitoria va presa come un semplice scherzo, nulla più di una boutade della quale tuttavia si son serviti per radiare Palamara.

E che sia perfino offensivo del buon senso ritenerla veridica, bastino a provarlo solo due considerazioni.

La prima. Che forse Palamara avrebbe ordito la trama dei suoi accordi segreti da solo? Che non doveva egli comunque poter contare – oltre che sui suoi sodali, presenti alla cena e che verranno presto anch’essi sanzionati – anche su efficienti interlocutori, cioè su altri magistrati che rappresentavano la sua controparte? E chi sono costoro? E che dicono di questa faccenda? E perché si nascondono? Perché non vengono allo scoperto – in un sussulto di coscienza morale – dichiarando davvero come stanno le cose?

La seconda considerazione. Ma come fanno questi solerti paladini della moralità e della deontologia dei magistrati ad accontentarsi di così poco? Di chiudere occhi e orecchie di fronte al dilagare del fenomeno del correntismo giudiziario che da almeno mezzo secolo, in misura sempre crescente, affligge la magistratura italiana e confligge con l’interesse del popolo italiano, per le sue nefaste conseguenze?

Sono domande retoriche, come si può subito capire, in quanto senza risposta in senso proprio.

La sola risposta che si possa dare è raggelante quanto problematica, raggelante perché problematica. Ed è che così facendo, cercando cioè di concentrare ogni responsabilità su Palamara, facendone cioè un caso unico e irripetibile, si sta cercando di salvare tutti gli altri magistrati e tutte le correnti, così come sono, sperando possano in futuro continuare a fare ciò che hanno sempre fatto, come nulla fosse accaduto.

E qui sta il vero problema della nostra povera Italia. E cioè nel fatto che i magistrati italiani associati – vale a dire quei trecento o quattrocento che tengono in mano la sorte delle correnti e che perciò governano le carriere degli altri ottomila – hanno perduto una occasione che definire storica sarebbe riduttivo.

Se costoro avessero avuto l’intelligenza e la coscienza per capire che questa circostanza relativa a Palamara offriva loro un sentiero propizio per fuoriuscire dalle secche ove si erano impantanati, avrebbero assunto ben altre iniziative.

Quali? È presto detto ed è anche intuibile.

Avrebbero dovuto riconoscere che i comportamenti di Palamara non erano altro che i medesimi di quelli assunti da molti altri prima di lui e insieme a lui e che per evitare lo fossero ancora dopo di lui, bisognava perciò prenderne atto e virare decisamente di rotta.

E dunque, se Palamara aveva probabilmente esagerato alquanto, di questo era colpevole, ma non di aver fatto ciò che tutti facevano. Ne sarebbe venuto un ripensamento pubblico su quanto di errato e di nocivo per lo Stato e per il popolo scaturiva dal correntismo giudiziario: il solo punto di partenza possibile per superare davvero – e non per finta – la logica cancerosa del correntismo.

Invece, nulla di tutto questo. La radiazione di Palamara significa terribilmente che tutto continuerà esattamente come prima, a dispetto delle ovvie dichiarazioni di principio che riempiono le pagine dei giornali da mesi e mesi. Come dire: cacciamolo e poi tutto come prima, più di prima…

Tuttavia, voglio sperare che costoro abbiano fatto i conti senza l’oste. L’oste qui è il popolo italiano che non potrà sopportare a lungo questa sottile forma di negazionismo e che dovrà agire nelle formazioni sociali, attraverso i partiti, attraverso le commissioni parlamentari per intervenire in modo efficace.

Perché questo negazionismo, anche se non sembra, è assai più pericoloso di quello epidemico.