Nota a margine

Antropocene, clima, fame nel mondo: tutta colpa del capitalismo

Del cambiamento climatico, nel senso di peggioramento catastrofico delle condizioni della Terra, descritto e preconizzato dai teorici dell’antropocene, sarebbe responsabile il capitalismo.

Parlando in generale, i fanatici hanno un carattere bifronte: la smodata fede nei loro convincimenti e l’odio cieco verso chi non li condivide. Due grandi padri della libertà dei liberali, come mi ostino a chiamarla a petto della fasulla libertà degli altri, Ludwig von Mises (del quale è stato appena pubblicato il capolavoro “Socialismo” a cura di Lorenzo Infantino) e Friedrich von Hayek hanno parlato a riguardo di “mentalità anticapitalistica”, per effetto della quale il sistema dell’economia di concorrenza (id est capitalismo) viene incolpato dei mali che invece esso è riuscito a risolvere nel corso dell’evoluzione umana.

Certamente, nel migliorare incommensurabilmente la condizione morale e materiale di tutti gl’individui in ogni parte del mondo, ha generato cose che non ci piacciono e che dobbiamo cambiare, ma conservando ad esso l’intrinseca natura di motore di sviluppo e progresso. L’unico efficiente che abbiamo.

L’opposto sistema, il collettivismo, ha miseramente fallito la prova reale. Perfino i comunisti cinesi praticano il capitalismo, grazie al quale mangiano, studiano, vivono enormemente meglio che sotto Mao. Neppure una briciola del cibo grazie al quale l’Onu incrementa il suo Programma contro la fame nel mondo (premio Nobel per la pace quest’anno) sarebbe stata prodotta senza i miglioramenti che l’economia libera ha saputo determinare nella produzione e distribuzione degli alimenti. C’è l’antropocene (crescente umanità sfamata) perché l’homo sapiens ha potuto evolversi a misura che la libertà che sperimentava non gli veniva conculcata e ne verificava i vantaggi in ogni campo. Se si fosse estinto come i dinosauri, avremmo lo “zoocene”.

C’è l’ecologismo perché la libertà economica e scientifica ha saputo indicare metodi meno costosi, incrementare la produttività, ridurre le diseconomie esterne, fronteggiare le crescenti domande dei consumatori. A quando dunque un sacrosanto premio Nobel al capitalismo?