Celebrare gli amici, i “compagni di strada”, viene facile. Di loro si dicono le migliori cose, talvolta dribblando la verità, non solo a fini consolatori: se ne parla bene perché in essi ci si rispecchia. Le scelte compiute da chi ci è intellettualmente e sentimentalmente affine in parte riflettono immagini speculari delle nostre vite vissute. La cosa, invece, si fa complicata quando si tratta di nemici. A fare il tipo cavalleresco quando si ha la certezza che il nemico è scomparso per sempre e non potrà più nuocere non comporta fatica. Siamo tutti prodighi di buoni sentimenti al cospetto della morte degli altri. Ma il più delle volte è ipocrisia. Eppure, vi sono momenti nei quali bisogna avere il coraggio di piegare la testa in segno di sincero cordoglio davanti alla salma di un nemico per onorarne l’umana qualità consegnata alla memoria dei sopravvissuti.

Fu così quando Giorgio Almirante si recò a “Botteghe Oscure” per rendere omaggio al defunto Enrico Berlinguer, un nemico politico combattuto ma rispettato. E oggi tocca lo stesso destino al corpo esanime di una nemica irriducibile della destra: Rossana Rossanda. La Ragazza del secolo scorso, come lei stessa si era definita titolando un’autobiografia pubblicata nel 2005, è stata un pezzo della storia del comunismo italiano. Partigiana, dirigente del Pci, amministratrice locale e poi deputata in Parlamento, se dovessimo tratteggiarne il carattere con un aggettivo quello sarebbe: intransigente. È al rigore intellettuale che si lega il ricordo della vivace militante di partito: la coraggiosa che compie scelte radicali, di rottura, pur di rimanere coerente con la propria visione del comunismo. Nel 1969 fu cacciata dal Pci anche per il sostegno dato alle rivolte operaie e studentesche e ai movimenti della sinistra extraparlamentare. Rossana Rossanda, da “ingraiana” (aderente alla corrente di Pietro Ingrao) dell’ala movimentista del Pci, insieme a Lucio Magri, Valentino Parlato, Aldo Natoli, Lidia Menapace, assunse posizioni fortemente critiche verso l’Unione Sovietica, in particolare di condanna per la brutale repressione della Primavera di Praga, seguita all’invasione militare della Cecoslovacchia nel 1968. La pubblicazione di un articolo sulla rivista “Il Manifesto”, fondata insieme a Lucio Magri, dal titolo “Praga è sola” determinò la radiazione dal partito con l’accusa di frazionismo. Fu lei, la donna che Palmiro Togliatti aveva voluto alla guida della strategica sezione cultura del Partito, che negli anni Sessanta provò a introdurre innovazioni rivoluzionarie nell’impianto ideologico del comunismo italiano. Con scarsi esiti, perché dovette fare i conti con un partito non ancora pronto ad affrancarsi dai contenuti valoriali, “antropologicamente” introiettati, della cultura patriarcale da sempre egemone in Italia.

Un esempio. La Rossanda, negli anni Sessanta, si fece promotrice di un convegno di partito sul tema della famiglia. Serviva per esporre la tesi che l’istituto familiare “non era un apparato ideologico dello Stato, era la griglia dalla quale tutti gli apparati passavano”. Oggi la si definirebbe una fuga in avanti che il Pci non era in grado di sostenere. Tant’è, come ricorda la stessa Rossanda nel libro di memorie, che furono mandati da “Botteghe Oscure” Emilio Sereni e Nilde Jotti a metterci una pezza, sconfessando la sua linea troppo avanzata. Per inciso, l’episodio denota quanto la verità venga manipolata dagli epigoni “dem” del comunismo nostrano. La cosmesi storica restituisce oggi una falsa immagine del gruppo dirigente comunista dell’epoca togliattiana, chiuso a testuggine al cambiamento e al riposizionamento su obiettivi eterodossi di lotta per la conquista dell’egemonia. Lo storytelling degli odierni progressisti i dirigenti del Pci li racconta tutti evoluti e moderni, quando invece erano retrogradi e succubi di un’ideologia dogmatica e intollerante. Per intenderci, quando la Rossanda fu radiata dal partito non fu certo l’allora dirigente Giorgio Napolitano a difenderla. Lo stesso Napolitano che una prematura agiografia parecchio disinvolta descrive come una sorta di liberal anglosassone capitato per caso dalle parti di Botteghe Oscure. Ma l’intransigenza della Rossanda non fece sconti a nessuno. Come aveva criticato il socialismo reale enfatizzando la novità dei movimenti di lotta del Sessantotto, con altrettanta schiettezza e realismo denunciò, in un articolo divenuto storico, il nesso tra la visione stalinista della lotta di classe e il terrorismo delle Brigate Rosse materializzatosi attraverso l’adozione dei medesimi stilemi del veterocomunismo. Il 23 marzo 1978, in pieno sequestro Moro, sul Manifesto compare un corsivo a sua firma dal titolo “Il discorso sulla Dc”. Nell’analizzare la miopia dei partiti operai che avevano abbassato la guardia nella critica alla Democrazia Cristiana e nel contempo non riuscivano a cogliere il legame che allineava su un comune piano d’azione poteri imperialisti, capitale privato e statale, Stato, partiti, confessionalismo, connessione la cui messa a fuoco sarà invece la novità delle lotte del Sessantotto, la Rossanda rivela una verità sulla genesi del terrorismo brigatista che nessuno, neanche a destra, fino a quel momento aveva osato svelare. Scrive: “In verità, chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria”. E aggiunge: “Il mondo – imparavamo allora – è diviso in due. Da una parte sta l’imperialismo, dall’altra il socialismo. L’imperialismo agisce come centrale unica del capitale monopolistico internazionale. Gli Stati erano ‘il comitato d’affari’ locale dell’imperialismo internazionale. In Italia il partito di fiducia – l’espressione è di Togliatti – ne era la Dc. In questo quadro, appena meno rozzo, e fortunatamente riequilibrato dalla ‘doppiezza’, cioè dall’intuizione del partito nuovo, la lettura di Gramsci, una pratica di massa diversa, crebbe il militarismo comunista fino agli anni Cinquanta”.

Grazie a lei è stato possibile riannodare quel filo rosso che dagli anni della Resistenza arriva fino all’esplosione del fenomeno terrorista. Grazie a quelle parole, coraggiose, scritte in un momento particolarmente delicato della storia della Repubblica, si è fatta piazza pulita di tutti i tentativi depistatori sulla matrice, e sui mandanti morali, del brigatismo. Ma i ringraziamenti terminano qui. Per il resto, il complesso delle idee della Rossanda ci resta totalmente ostico. Nulla di quello che ha scritto e preconizzato ci convince. Soprattutto la sua idea di femminismo che è stata la pietra angolare della costruzione socio-culturale di genere che oggi la sinistra prova a introdurre nell’Ordinamento giuridico italiano declassando l’identità sessuale a optional, modificabile a piacimento in qualsiasi momento dell’esistenza individuale. Abbiamo avversato l’idea, da lei fortemente spinta, della negazione radicale della missione tradizionale delle istituzioni educative. Non abbiamo condiviso la sua visione palingenetica del Sessantotto. Non ci ha convinto la sua interpretazione della funzione della sinistra sublimata in una “morale dell’uguaglianza”. Due parole – morale e uguaglianza – che messe insieme ci provocano l’orticaria. Come non abbiamo mai apprezzato il tentativo di presentare al mondo occidentale, giudicato corrotto dal potere dell’imperialismo capitalista, una versione edibile dell’ideologia comunista, una volta ripulita della sua sostanza stalinista e autoritaria. Se le sue idee meritano di essere combattute fino in fondo, la caratura della sua intransigenza intellettuale reclama rispetto. E solo di fronte a questa, che è una storia di coerenza, leviamo il cappello.