Alla ricerca del contagio perduto

Checché ne dicano gli interessati catastrofisti di questo disgraziatissimo Paese, il Covid-19 ha cessato da molti mesi di rappresentare un rilevante problema clinico. I pochi decessi che vengono sbandierati ogni giorno, la cui causa primaria non è più ascrivibile al temuto coronavirus, rappresentano una parte molto piccola dei circa 1.800 morti al giorno che si contano mediamente in Italia. Eppure, nell’insensata ricerca del contagio zero, il Paese continua a vivere in una condizione di semiparalisi, con la stragrande delle attività sociali di gruppo limitate se non addirittura severamente vietate. Mentre tutto ciò che attiene alla sfera delle competenze pubbliche, istruzione compresa, si svolge praticamente al rallentatore, creando non pochi disagi al cittadino comune.

 A tale proposito mi sono sembrate illuminanti le parole del professor Matteo Bassetti, direttore della Clinica di malattie infettive del San Martino di Genova, il quale da tempo lancia i suoi moniti contro i rischi che stiamo correndo alimentando l’attuale clima di terrore. Intervistato dal Giornale, Bassetti ha, tra le altre cose, messo in relazione il nostro modello di contrasto al Covid-19, enfatizzato oltre ogni misura dal Governo giallorosso, con quello di altri importanti Paesi europei. “La Svezia non ha chiuso nulla e, alla fine, se si guardano i morti ogni centomila abitanti, ha ottenuto ottimi risultati. Poi, ovvio, la Svezia ha una densità di popolazione molto più bassa rispetto a quella italiana. È quindi forse più facile distanziarsi, quindi non può esser presa a modello. La Germania, più simile a noi, non ha chiuso le attività produttive. Ha chiuso alcune attività, ma noi abbiamo fatto un lockdown in cui abbiamo spento l’Italia. Oggi dovremmo ragionare in modo diverso, mettendo sulla bilancia rischi e benefici. Quali sono i rischi di un lockdown troppo duro? L’economia che va a rotoli e migliaia di malati di altre malattie di cui nessuno si occupa. Non ce lo possiamo più permettere”.

 Ovviamente, per chi testardamente legge l’andamento dell’epidemia senza i paraocchi, basandosi essenzialmente sui numeri, ciò che sostiene l’illustre clinico genovese rappresenta qualcosa di simile alla scoperta dell’acqua calda. Non bisogna infatti essere geni alla stregua di quelli che compongono l’Olimpo del Comitato tecnico scientifico per comprendere che proseguendo a oltranza su questa linea della paura non andiamo da nessuna parte. Eppure, a quanto pare, la maggioranza degli italiani sembra non avere una chiara percezione dei danni che la nuova normalità imposta dalla strana emergenza in atto causerà al sistema sociale ed economico.  Prima o poi i pesanti contraccolpi di ciò che io e tanti altri consideriamo un eccesso di prudenza diverranno visibili ai più, ma potrebbe essere tardi affinché si realizzi una civile e democratica reazione per riportare il Paese entro i confini del buon senso e della ragionevolezza.