La scuola, il virus e i banchi senza compagni

Tutta colpa del Covid? La scuola della riapertura va nel pallone soltanto per colpa di un microbo, o la responsabilità unica e vera è solo degli “umani”? Partiamo da un assunto: i piccoli della scuola primaria dell’obbligo sono come tanti soldatini, qualora li si investa di un compito da grandi (proteggere i loro genitori, nonni). Siccome i riferimenti al famigerato Ventennio ci hanno letteralmente straziato (i balilla, i piccoli italiani), prendiamo stavolta a mo’ d’esempio la Cina (sì: proprio quella di Xi Jinping!) e soffermiamoci solo per un attimo sul suo esemplare sistema educativo della scuola primaria, con bellissimi bambini assolutamente disciplinati e composti nelle loro file ordinatissime in divisa, eccezionalmente motivati e brillanti (in onore e gloria del grande Partito comunista cinese) per quanto riguarda il merito scolastico, cui le loro famiglie tengono moltissimo, senza alcuna distinzione di ceto e di censo. Vorremmo poter copiare la Corea del Sud per la sua splendida organizzazione territoriale anti-Covid e pandemie similari, ma non diciamo nulla sull’organizzazione scolastica marziana della Cina, con i suoi centinaia di milioni di bambini nella prima età scolare? Come sono stati educati questi eserciti immensi di piccini a fronteggiare gli stessi rischi e pericoli che incontreranno (e incontrano) i nostri scolaretti? Davvero anche loro saranno (sono) orfani inconsolabili dei loro compagni di banco? Silenzio. Evidentemente, abbiamo fatto decoupling Cina-Occidente anche sul versante del merito, tacendo sulla nostra evidente arretratezza.

Mes o non Mes (ma sempre mess, che all’inglese significa “caos”, da noi permanente), si sono già spesi in deficit cento miliardi di euro in assistenza pubblica a orizzonte pieno, in modo da accontentare tutte le categorie rappresentative e i clientes politici di questo mondo (incuranti che a pagarli saranno quelli che oggi vanno in prima elementare, seguiti dai loro figli e nipoti), ma non si è pensato a sistemare le scuole pur avendo avuto ben sei mesi per farlo, comprese le direttive già emanate a marzo dal famigerato Comitato tecnico scientifico. La colpa, però, è di tutti: politici; sindacati della scuola, in primis; famiglie; insegnanti; dirigenti; burocrati; esperti di ogni genere e grado. Ernesto Galli della Loggia ha già detto da par suo come il sistema scolastico sia completamente bloccato, perché costretto alla più assurda arretratezza dalla battaglia di totale retroguardia condotta dalla miriade di sindacati e sindacatini di categoria che, nei decenni, hanno impedito qualsivoglia accertamento sia del merito scolastico, che delle performance (risultati) degli insegnanti, preferendo incondizionatamente, da parte di tutte le sigle, l’assunzione ope legis di chi doveva andare in cattedra. Senza mai che politici e burocrati tenessero conto del fatto che, per insegnare e trasmettere il Sapere, ci vuole talento, che solo madre natura sa dare in dote dalla nascita. Per chi non ce l’ha, occorre acquisirlo con fatica, studiando e sperimentando metodi e applicazioni. Mai che qualcuno abbia minimamente accennato al fatto che l’idoneità all’insegnamento non è per sempre, ovvero che occorrono controlli accurati nel tempo per la verifica del mantenimento delle relative capacità e doti caratteriali. Eppure, la rivoluzione, volendo, è a portata di mano.

Basta eliminare il 95 per cento dei burocrati ministeriali (riciclandoli o mettendoli in aspettativa a vita, al 70 per cento dell’attuale stipendio), per poi equiparare pubblico e privato, ricordando che la Costituzione fa obbligo allo Stato soltanto di garantire la libera istruzione per tutti, senza obbligarlo al reclutamento di milioni di docenti e al pagamento fisso a vita dei loro stipendi mensili! Si può rivoluzionare il sistema partendo dalla seguente, semplicissima considerazione. Lo Stato, come ben sappiamo, per erogare l’istruzione dell’obbligo si comporta come una rete idrica fallata: brucia nella fornace dei disservizi una marea di miliardi di euro, a causa delle sue irrimediabili carenze strutturali. Allora, la soluzione è semplice: fare di tutti gli insegnanti dei liberi professionisti (in modo che possano guadagnare il triplo di quanto facciano oggi), consegnando loro chiavi in mano tutti i plessi scolastici di ogni ordine e grado compreso tutto ciò che essi contengono, in modo che si auto-amministrino e auto-organizzino la didattica.

Il loro reddito verrebbe semplicemente fuori da un bonus per studente (distribuito in base all’età e al reddito familiare goduto) finanziato, per quanto riguarda l’istruzione scolastica primaria, secondaria e superiore, con la spesa pubblica totale per l’istruzione. Lo Stato, cioè, non erogherebbe più un euro di spesa diretta, stipendi compresi! Un Fondo strutturale Scuola, sempre formato con le attuali dotazioni statali complessive, garantirebbe prestiti allo 0,5 per cento di interesse per ristrutturazioni, acquisti di beni e servizi, consulenze comprese. Per singolo plesso, gli insegnanti e il personale non docente, costituitisi in entità autonome collettive, nominano i loro dirigenti e gestiscono direttamente l’organizzazione della didattica e dei servizi. Per i programmi, non serve il ministero: basta copiare quelli europei. Sempre il fondo, erogherebbe delle student card personalizzate, in modo che gli studenti possano scegliere da un elenco di docenti abilitati da chi farsi assistere per ore supplementari di lezione, costruendo così un vero e proprio mercato esterno del merito comparativo. Cosa importantissima: occorre che tutti i docenti superino una nuova, severa e selettiva prova di abilitazione (con verifica periodica dei requisiti) affidata a un’Autorità del tutto indipendente ed esterna ai ministeri e alla Pubblica amministrazione, che provveda al relativo classement (con punteggi numerici), al quale possono attingere anche gli istituti privati. Lo dico a Galli della Loggia: caro prof, perché non proviamo a risolvere così il problema?