Può essere utile dedicare una qualche attenzione alla tipologia di ragionamento seguito da alcune Procure, per esaminarne, come in controluce, lo spessore teorico e la congruità logica, oltre che, naturalmente, la praticabilità in chiave fattuale. Una sorta di breve e necessariamente approssimativo meta-ragionamento su come ragionano a volte alcune Procure, insomma.

L’esempio di questi giorni ci viene offerto dal caso del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, accusato di vari reati insieme al cognato, tale Andrea Dini.

Ora, preliminarmente, va osservato, con un filo di necessaria ironia, come i politici di centrodestra sembrino abbonati a collezionare guai attraverso i cognati – basti pensare a ciò che accadde a Gianfranco Fini e a suo cognato – sicché viene spontaneo l’invito, se proprio sia necessario, ad intrecciare relazioni con donne prive di fratelli, allo scopo di poter evitare interferenze pericolose ed imbarazzanti di scomodi cognati.

Detto questo, la vicenda milanese di Fontana, sia pure appresa in modo frammentario dai giornali, appare ricostruibile in modo abbastanza chiaro.

Il cognato di Fontana, Andrea Dini, fa l’imprenditore e come tutti gli imprenditori cerca di massimizzare il profitto, e in questo caso – in piena pandemia – ha pensato bene, con l’affievolirsi necessario delle barriere burocratiche e dei controlli, di vendere alla Regione un consistente numero di camici da lui prodotti e che peraltro erano necessari, necessarissimi. Ma Dini ha dimenticato un piccolo particolare e cioè che la Regione Lombardia ha come presidente suo cognato Fontana e che ciò può causare alcuni problemi di non poca serietà.

Se ne ricorda invece Fontana – anche se non appare ben chiaro come e quando – e tuttavia se ne ricorda e allora blocca l’iniziativa dell’irruente cognato, impedendo la vendita e consigliandogli – o forse ingiungendogli – di trasformarla in una donazione.

Dini obbedisce e siccome ha già consegnato 50mila dei 75mila camici complessivamente promessi alla Regione, comunica che non vuole riceverne il prezzo pattuito ma semplicemente donarli alla Regione. Gli altri 25mila ovviamente non li consegna, in quanto, trattandosi di donazione, non andavano coattivamente consegnati come invece sarebbe stato in caso di vera e propria vendita. E naturalmente cerca di venderli da qualche altra parte, visto che ha già subito una consistente perdita, in quanto una vendita si è dovuta trasformare in donazione.

Da parte sua, Fontana, forse perché si sente moralmente responsabile per aver impedito al cognato di guadagnare sulla vendita dei camici, si sente in dovere di rifonderlo, almeno parzialmente, e così gli fa un bonifico di tasca sua per circa 250mila euro, circa la metà dell’intero importo di tutti i camici (ma viene bloccato dall’antiriciclaggio… e ti pareva?).

Questi, i fatti. Ci sono reati? No, da nessuna parte. Potevano forse esserci, ma sono stati evitati in tempo, attraverso manovre, pur macchinose, ma lecite.

Adesso passiamo ai ricami argomentativi della Procura.

La Procura sostiene infatti che il solo fatto che Dini, due ore (non due giorni o due settimane, due ore) prima di quando comunicò in Regione di non voler essere pagato, intendendo donare i 50mila camici già forniti, avesse preso contatto altrove cercando di vendere i 25mila camici non consegnati perché non donati, già questo fatto puro e semplice dimostrerebbe – dice la Procura – “un preordinato inadempimento per effetto di un accordo retrostante”.

Da qui, l’imputazione a carico di Dini per “frode in pubbliche forniture”, in quanto non avrebbe consegnato alla Regione gli ulteriori 25mila camici.

C’è da crederci? No. Se me lo avessero soltanto raccontato, non ci avrei creduto. Ma mi è capitato di leggere i virgolettati sul “Corriere” e perciò debbo crederci.

Cosa c’è che non va nel ragionamento della Procura? Nulla. Non va nulla, sia dal punto di vista strettamente logico che da quello dell’esperienza degli esseri umani sulla Terra.

Dal primo punto di vista, quello della logica pura, infatti, bisogna chiedersi come faccia la Procura a dedurre – dico dedurre, non soltanto immaginare – che quel “fatto” – cioè aver cercato due ore prima dell’avviso alla Regione della donazione, di “piazzare” altrove i camici non donati, rappresenti “un preordinato inadempimento per effetto di un accordo retrostante”.

Il passaggio logico non regge per nulla, incorrendo in un “salto” che incrina la catena del ragionamento. Dal punto di vista logico, si può registrare infatti almeno una conclusione diversa ed opposta a quella della Procura: che cioè aver cercato di “piazzare” quei 25mila camici non consegnati derivasse appunto dalla consapevolezza di aver donato i 50mila già consegnati e dal desiderio, del tutto legittimo, di limitare le perdite. Anche se poi la donazione fu rivelata alla Regione dopo due ore. E allora?

La Procura, sul punto, non può dedurre nulla, perché il passaggio logico da essa indicato non è affatto cogente, ma solo possibile in base ad un presupposto logicamente ambivalente.

Dal secondo punto di vista, invece – quello della semplice esperienza – il ragionamento della Procura sembra quello di un marziano che, sbarcato per caso sulla Terra, si chieda chi siano questi strani esseri bipedi che se ne vanno in giro chiacchierando in una lingua incomprensibile. Non occorre molto, infatti, a capire cosa sia accaduto e come: ne ho descritto i tratti salienti al principio di questo articolo.

Ne viene che Dini ha cambiato idea, trasformando in donazione una vendita, per timore di incorrere in problemi legali e non per bontà di cuore? E che Fontana lo avrebbe indotto a fare ciò per identici motivi e non o per liberale disinteresse? Molto probabilmente le cose sono andate così.

Ma la cosa non ha nessuna importanza. L’importante è che non siano stati commessi reati: e qui non ce ne sono. La Regione, infatti, da tutte questa evenienze ha tratto un beneficio – cioè i 50mila camici regalati – e non certo un danno. Dini ha fatto una donazione forse controvoglia e per mero opportunismo, ma alla Procura ciò non deve e non può interessare. Fontana ha cercato di limitare il danno economico patito dal cognato, ma gli è stato impedito da norme assurde e illiberali, dal momento che lo Stato ragiona come le assicurazioni: come queste fanno pagare agli assicurati onesti le perdite causate dai truffatori, facendo lievitare il prezzo da pagare, allo stesso modo, quello impedisce ai cittadini onesti normalissime operazioni finanziarie, per cercare di colpire – senza peraltro riuscirvi – i grandi speculatori e riciclatori internazionali, i quali peraltro continuano indisturbati la loro malsana opera.

Che forse poi la Regione possa lamentare un inadempimento per via dei 25mila camici non regalati, come se Dini fosse stato tenuto a regalarli tutti? Ma siamo matti? Se lo pensa davvero, si rivolga al giudice civile, anche se sarà difficile dimostrare che Dini sia tenuto a consegnare anche quei 25mila camici, a fronte di una donazione e non più di una vendita. 

Cara Procura, quanto tempo perso e quante energie e risorse sprecate…