Processo a Salvini: un giorno di ordinaria follia

Cosa hanno in comune il leghista Matteo Salvini e il renziano Luigi Marattin? Nulla, se non un destino incrociato, nel senso che il successo dell’uno è dipeso dalla rovina processuale dell’altro. È il mondo alla rovescia; è la logica che si è presa una pausa; è il buon senso che è andato in vacanza; è lo Stato di diritto che ha chiuso per ferie; è la politica che si è trasformata in mercatino delle pulci. È la consacrazione del Do ut des a principio informatore delle dinamiche repubblicane. Ieri il Senato della Repubblica ha votato per l’autorizzazione a procedere ai sensi dell’articolo 96 della Costituzione contro il senatore Matteo Salvini, richiesta dal Tribunale dei ministri di Palermo che lo indaga per i fatti accaduti nell’agosto dello scorso anno e riguardanti il ritardato sbarco degli immigrati ospitati a bordo della nave Open Arms, battente bandiera spagnola, dell’Ong “Foundacion ProA” (Pro-Activa Open Arms). L’accusa è gravissima: sequestro di persona aggravato e rifiuto di atti d’ufficio.

Eppure, il voto dell’Aula era stato preceduto da quello, in senso opposto, espresso lo scorso 25 maggio dalla Giunta per le elezioni e per le immunità parlamentari del Senato. Nella circostanza i commissari avevano approvato a maggioranza la relazione del presidente, Maurizio Gasparri, che ha proposto di respingere la richiesta dei giudici palermitani. Il risultato favorevole al leader della Lega era stato ottenuto grazie alla mancata partecipazione al voto dei membri renziani della Giunta. Nessuno però si è illuso che Italia viva avesse avuto uno scatto d’orgoglio nel difendere il primato dell’azione politica dal tentativo giustizialista di assoggettare le scelte di governo al sindacato della magistratura. Anche le passamanerie di Palazzo Madama hanno compreso che si fosse al cospetto di uno squallido gioco estorsivo. Quell’astensione che ha mandato in bestia il Movimento cinque stelle, assetato di vendetta contro l’ex alleato leghista e il Partito democratico, nei secoli fedele al principio secondo cui gli avversari se non si battono le urne si abbattono per via giudiziaria, era stato un messaggio in codice lanciato da Matteo Renzi ai suoi partner: o mi date qualcosa o nella votazione definitiva salvo Matteo Salvini dal processo. Il Fato (si fa per dire) ha voluto che poche ore prima del voto dell’Aula per la concessione dell’autorizzazione a procedere tornasse all’ordine del giorno la definizione delle nomine dei presidenti delle Commissioni di Camera e Senato. Affare complicato sul quale non potevano non esplodere tutte le contraddizioni interne a una maggioranza politica rabberciata. E così è stato. Nel marasma delle accuse e delle ripicche, è accaduto che nel segreto dell’urna alcuni papabili di sinistra venissero silurati a beneficio dei candidati delle opposizioni.

In un groviglio di trame da thriller, incredibilmente la Lega si è presa due presidenze importanti: quella della Commissione Agricoltura e quella, pesantissima, della Giustizia. Su quest’ultima poi una soddisfazione doppia perché a saltare è stata la candidatura del senatore di Leu Pietro Grasso, icona delle bande giustizialiste che infestano i palazzi della politica. Ma in ballo c’erano anche le presidenze pattuite con Matteo Renzi, in cambio della sua “disinteressata” fedeltà al Conte bis. Per gli stomaci grillini i nomi renziani erano tra i più indigeribili che si potessero individuare: la ligure Raffaella Paita, bersaglio preferito delle invettive pentastellate, e quel Luigi Marattin il quale da quando siede in Parlamento ha dato dei cialtroni ai grillini, un giorno sì e l’altro pure. Atteso che la discussione andava avanti da giorni, le delegazioni dei partiti di maggioranza attovagliati al desco del potere avrebbero potuto concedersi qualche giorno in più per riflettere e fare le cose per bene. Invece, no. Avevano una mannaia pronta ad abbattersi sulle loro teste: il voto contro Salvini. L’onesto Renzi fino all’altra sera non aveva sciolto la riserva sul comportamento del suo gruppo al Senato. I 18 voti di cui il senatore di Scandicci dispone in Senato sarebbero stati decisivi per il salvataggio del leader leghista. Ai dem e ai pentastellati si è posto un dilemma amletico: meglio rinunciare a fregare Salvini e fare le cose perbene con le presidenze delle Commissioni, o rischiare il caos ma vedere colpito l’odiato nemico leghista? Sebbene l’ipocrisia della narrazione buonista tenda a proiettare la falsa immagine della politica come luogo di pace e d’amore universale, la forza dell’odio, vero motore della storia dell’umanità, ha prevalso ancora una volta.

Benché la logica, il buon senso e il merito processuale deponessero a favore del rigetto dell’autorizzazione a procedere, ieri i demo-penta-renziani si sono presentati in Aula a consumare lo stupro di gruppo dello Stato di diritto e della primazia della politica sugli altri poteri dello Stato, ancorché autonomi e indipendenti. Renzi, che è un masnadiero, e neanche finge di non sembrare tale, era in Senato con l’aria sorniona del gatto beccato col sorcio in bocca. E ha fatto la sua sceneggiata impersonando l’uomo delle istituzioni che spiega al popolo bue perché il leader dell’opposizione andasse spedito a processo. Ora Salvini rischia una condanna a 15 anni di reclusione per reati che è surreale solo immaginare che siano stati commessi nel caso della Open Arms. Cosa è accaduto di così definitivo da indurre il padre padrone di Italia viva a fare sponda ai dem e ai grillini? Che nella notte, pur tra gli indicibili mal di pancia pentastellati, Renzi ha ottenuto i “trenta denari” pretesi: le presidenze di commissione contrattate. Così è finita con Marattin alla presidenza (strategica) della VI Commissione (Finanze) e Salvini nel fango della malagiustizia. Squallido mercimonio per una classe dirigente di sinistra che con il concorso grillino ha ridotto il sacello della democrazia a bordello. La maggioranza adesso rifletta bene prima di stappare lo spumante. “Fottere” Salvini potrà anche provocare un surplus di eccitazione, ma, come si dice, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Non è detto che ciò che sembra oggi una vittoria per una vendetta consumata non si trasformi, domani, in un mortale boomerang. Che l’odio indebolisca la vista è cosa nota, ma gli intelligentoni della maggioranza non hanno fatto i conti con il contesto generale.

Mandano al rogo Salvini nel mentre sta scoppiando una nuova emergenza migranti che la popolazione italiana non è disposta a sopportare e dopo che le intercettazioni del caso Palamara hanno smascherato il gioco sporco di certa magistratura contro i propri nemici politici. Questa sinistra è infarcita di arroganti e di stupidi. Avrebbero dovuto insospettirsi del tono epico, spinto fino all’azzardo della citazione del pensiero del controverso poeta Ezra Pound, con il quale il leader leghista ha affrontato l’Aula. Con l’aria che tira i “compagni”, al posto di un cadavere, si ritrovano un martire che resuscita dalla tomba del Papeete dove si era cacciato lo scorso anno con le sue gambe. A Salvini mancava un claim d’impatto comunicativo con cui percorrere in volata gli ultimi 50 giorni di campagna elettorale per le Regionali. Adesso ce l’ha: “Ho fatto il mio dovere per tenere gli italiani al sicuro dai clandestini e dai loro sponsor multiculturalisti che vogliono spalancargli le porte di casa nostra”. Non è stato un assist alla destra. È stato di più: ce l’hanno proprio buttata dentro la palla per fare autogoal. Forza, compagni. Continuate così, Tafazzi sarebbe orgoglioso di voi.