Forconi o debito

Forconi o debito. Questa è la descrizione più realistica sull’andamento che nei prossimi mesi avranno coesione sociale, economia e finanza pubblica. È una descrizione, ne sono consapevole, un po’ sommaria, fatta con la bilancia del macellaio piuttosto che col bilancino del farmacista. La sostanza, però, è questa e i dati freschi freschi sfornati dall’istituto di statistica tedesco, che stima una contrazione del Pil di oltre il 10 per cento, e da quello statunitense, che la stima di oltre il 30 per cento, ne sono la riprova.

Per rendersi conto di come stanno le cose in Italia, è sufficiente richiamare pochi numeri. La ricchezza prodotta scenderà di 200 miliardi e il suo calo determinerà giocoforza la chiusura di numerose aziende. Il rischio è di vederle cadere come birilli: l’Istat stima che almeno un terzo delle piccole e medie imprese e un quinto delle medie e grandi siano a rischio chiusura. I disoccupati e gli inoccupati potrebbero aumentare di oltre 1 milione e mezzo, per arrivare complessivamente a 7 milioni. Una vera e propria bomba sociale a orologeria.

Davanti a questa realtà, il Governo ha scelto di non sfidare i forconi, che passata l’Assunta sarebbero probabilmente scesi a Roma e arrivati a Palazzo Chigi, e di aumentare ulteriormente il deficit di bilancio di 25 miliardi. Di qui il prolungamento di tutte le forme di cassa integrazione e sussidi di vario genere e la conferma del blocco dei licenziamenti fino al 31 dicembre.

Sul versante della finanza pubblica, il maggior deficit aggiunge qualche granello alla già altissima montagna del debito, che a dicembre supererà 2.600 miliardi, il 165 per cento della ricchezza prodotta, e che porterà il Tesoro a dover chiedere al mercato e alla Banca centrale europea finanziamenti per oltre 320 miliardi tra vecchio e nuovo debito. Non è un errore di battitura, è proprio questa la cifra di cui avrà bisogno il Tesoro per pagare stipendi, pensioni, interessi e restituire i prestiti in scadenza, come si legge nei documenti della Ragioneria generale dello Stato.

In questo contesto la strategia del debito è la sola che il Governo sia finora riuscito a mettere in atto. Non si dice che la scelta di incrementare il deficit sia di per sé sbagliata. Già ho scritto su queste colonne che di fronte ad emergenze epocali come quella provocata dalla pandemia, gli Stati non hanno, nell’immediato, alternative: il debito è la sola carta che possono giocare per soddisfare incomprimibili esigenze solidaristiche e di mutuo soccorso.

Rispetto alle scelte complessive del nostro Esecutivo, però, quello che viene da contestare è altro. La sua strategia ha finora contemplato soltanto il debito, senza che a questo sia stato affiancato neanche un abbozzo di riforma strutturale sul versante della produttività economica, su quello della revisione della spesa pubblica o delle tasse. Niente di niente.

E allora, delle due l’una: o siamo in presenza di un Esecutivo inadeguato, come ha dichiarato in questi giorni il presidente di Confindustria Carlo Bonomi in una pungente intervista; oppure la sua strategia è scientemente orientata ad indebitare il Paese, come ha scritto qui Ruggero Capone.

In entrambi i casi, aggiungo io, la strada della schiavitù è segnata, perché il debito, se di entità spropositata rispetto alla ricchezza prodotta e prolungato nel tempo, non può che rendere schiavi. Un Paese schiavo in economia non ha futuro di libertà in nessun altro campo. È la democrazia, stringi stringi, a diventare un sistema di cartapesta.

E se, nonostante il debito in costante crescita, i forconi arrivassero ugualmente, magari con qualche settimana di ritardo, determinati a ribaltare questa dissennata e asfittica strategia?

(*) agiovannini.it