Palamara non è una bellezza ma neppure una strega

Il nostro Maestro, dico Indro Montanelli, soleva dire che in tempo di caccia alle streghe il galantuomo sta con la strega. Non poteva immaginare che strega sarebbe diventato pure lui. A vent’anni dalla morte, maliarde e bruttone lo hanno riesumato. Sui giornali ne impiccano il fantoccio per crimini di guerra contro l’umanità, confessati però da lui stesso come “colpa” giovanile: un matrimonio coloniale. Il bello di questi emetici censori è che gli hanno giovato ricordandolo anziché nuocergli screditandolo. Negli anni finali, come suole chi ha combinato qualcosa nella vita, confidava ai lettori che sarebbe stato dimenticato. Invece, guarda un po’, ne hanno rinverdito la memoria le Erinni dalle chiome di serpi ravvivate dai parrucchieri alla moda e qualche posseduto dal “mostro con gli occhi verdi”.

Montanelli, dunque, è il miglior viatico per la nostra dichiarazione solenne, un formale affidavit, in favore del magistrato Luca Palamara, inseguito dallo “strepitus fori” come la più pericolosa strega d’Italia. Inquisito dalla procura di Perugia con l’accusa di corruzione, sospeso dalle funzioni e dallo stipendio ad opera del Consiglio superiore della magistratura, espulso dall’Associazione nazionale magistrati. Alla pubblicazione delle sue confidenze telefoniche, confermate e circostanziate sui media, noi lo giudicammo male, alla stregua del puparo della magistratura, che, dovendo essere indipendente, non poteva appunto dipendere da uno che ne muovesse di nascosto i fili dall’alto. Ed in verità nessuno vuol negare che il tapino esagerasse con le pubbliche relazioni. Quindi, a ragion veduta, fummo severi nel biasimarlo, ma senza acrimonia. La reazione del presidente della Repubblica, dei partiti, dell’opinione pubblica ci appare giusta e doverosa, se non sempre proprio virtuosa. I baci alla francese tra magistrati e con politici sono comuni e discreti, ma non un segreto di famiglia.

Il “sistema”, così l’ha chiamato, essendo tale non poteva essere costituito da Palamara stesso e pochi suoi intimi adepti. Se era un sistema doveva per forza essere sistematico. Tutti sapevano, quelli che ne profittavano e quelli che lo tolleravano. Dopo, ignoranti ed indignati hanno individuato in Palamara l’uomo espiatorio sul quale trasferire i mali e le colpe del sistema, liberandosene. Sia come strega, sia come capro espiatorio Palamara, essendo uno, non può accollarsi tutto né può esserglielo accollato. Egli è vittima dell’estemporaneo antisistema che gli si rivolta contro. È un perseguitato dalla “giustizia”. È la strega che gl’inquisitori stanno processando essendone correi.

Il “processo” a Palamara potrà servire al sistema per liberarsi di Palamara, ma non a purgarsi del suo metodo. Palamara non è un reprobo. Palamara non è un fungo velenoso spuntato tra meravigliosi porcini. Palamara “fa sistema” da vent’anni. L’esistenza di Palamara dimostra che i suoi “giudici”, togati e no, erano o indolenti o indulgenti o conniventi oppure tanto ingenui da dover essere preoccupati noi cittadini a ritrovarci con magistrati simili. Insomma noi adesso siamo con Palamara, non solo perché siamo vecchi garantisti veri oltre che veri garantisti vecchi, ma anche perché da galantuomini sappiamo riconoscere una strega. E Palamara lo è, perbacco, non solo perché le assomiglia!