Einstein, il nuovo mondo e i vecchi modelli

Gestire il mondo nuovo con i vecchi schemi politici, economici e culturali, è impossibile e anzi dannoso.

Parte della classe dirigente del Paese non si è forse resa pienamente conto che la crisi attuale coinvolge aspetti strutturali, vien da dire basilari, primari del nostro vivere. Il virus ha spalancato davanti a noi un tornante della storia totalmente nuovo, ripetitivo delle grandi recessioni del passato solo quanto alle macerie che raccoglierà intorno ai suoi argini. Per il resto, sarà un tornante che porterà l’Occidente in un tempo molto diverso da quello trascorso.

L’Italia avrà un “suo” tempo, solo in parte coincidente con quello degli altri Paesi e dell’Unione europea. L’epidemia è stata infatti il cerino che ha acceso le micce delle mine inesplose poste alle fondamenta dei singoli Paesi. Per quanto riguarda l’Italia, ha anticipato la loro esplosione, che senza riforme strutturali sarebbe in ogni caso avvenuta, contribuendo a metterne a nudo gravità e specificità. Ecco perché l’Italia avrà un “suo” tempo. Non le elenco, quelle mine: le conosciamo già e ripeterle sarebbe solo un’operazione stucchevole.

Albert Einstein, osservando la realtà con il naso all’insù e il cervello all’ingiù, quando capì che le leggi della fisica sino ad allora applicate non erano adatte a rappresentarla, le abbandonò. In questo modo, fece una cosa tanto semplice quanto straordinaria: sostituì i vecchi schemi di analisi dello spazio e del tempo con nuovi schemi. Non pretese di infilare la “nuova” realtà negli antichi modelli, e men che meno pretese che fosse la realtà a modificarsi in funzione di questi. La sua formula fu completamente nuova: E = mc2. E fu la rivoluzione, la più bella di tutte, come ha scritto Carlo Rovelli in un recente pamphlet.

Einstein sprona a “guardare oltre”: lui fece così, guardò “oltre”. Intendiamoci, non si chiede che la politica cammini sulle gambe di nuovi Einstein, né che gli eventuali Einstein in giro per il Paese si dedichino alla politica. D’altra parte, anche volessero, troverebbero le porte sbarrate da chi oggi custodisce gelosamente il potere. Basterebbe, piuttosto, che il “guardare oltre” di Einstein diventasse la bussola quotidiana dell’agire di chi, anche senza essere premio Nobel, si dedica alla gestione della cosa pubblica.

Si dirà: la politica non è la fisica. Ne sono cosciente, ma l’obiezione non regge. Siccome entrambe hanno per oggetto la realtà, anche la politica, proprio come la fisica e persino più della fisica perché legata alla vita quotidiana delle persone in carne ed ossa, deve avere la capacità di saperla interpretare e deve avere la capacità di saper inforcare occhiali nuovi se quelli vecchi non riescono più a metterla a fuoco.

Se la politica non è in grado di far questo, significa che non è adatta o non è più adatta ai tempi nuovi. Ecco, quanto sta accadendo in queste settimane dimostra come Einstein, per la politica, sia passato inutilmente. La riproposizione di antiche tattiche di palazzo, di discorsi stantii e privi di soluzioni reali, di vuoti show mediatici, di ricette economiche e fiscali trite e ritrite, già sperimentate come fallimentari e quindi inadatte per spingere la macchina produttiva dell’Italia, la mancanza di organicità e concretezza delle riforme annunciate, testimoniano come la politica continui a utilizzare vecchi arnesi e, proprio perché vecchi, del tutto inadeguati per affrontare col naso all’insù e il cervello all’ingiù il mondo nuovo.

È un discorso ruvido, il mio, ne sono consapevole, ma la gravità del momento consiglia di lasciar perdere ornamenti retorici, discorsi pieni di fioretti e… foglie di fico, buone solo a nascondere le pudenda.

(*) agiovannini.it