L’intreccio perverso di immigrazione e pandemia

La nave Ong ferma sulla banchina del porto di Porto Empedocle con 28 migranti raccolti nel Canale di Sicilia e risultati positivi al Covid-19 intreccia le due grandi emergenze degli ultimi anni. Quella della pandemia che ha messo in crisi l’economia del Paese e quella dell’immigrazione che ha azzoppato la sinistra e messo le ali alla Lega di Matteo Salvini. Il problema che la nave oggettivamente pone è come affrontare una nuova ondata di flussi migratori provenienti dalle coste del Nord Africa portatori di nuove ondate di coronavirus?

L’interrogativo non ha fatto neppure capolino nel corso degli Stati generali dove si è discusso di tutto e non è stato deciso nulla. In compenso, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha dato notizia di aver avviato la realizzazione di un nuovo accordo con il governo libico di Fayez al-Sarraj contenente più tutele per i diritti umani dei migranti ed il rinnovato impegno dell’Italia nel sostegno ad una Libia non divisa tra Tripolitania e Cirenaica ma unita e sovrana.

Ma la risposta alla doppia emergenza, posta dalla nave ferma di fronte alla costa siciliana, può essere un nuovo accordo con il governo di Tripoli che sopravvive solo grazie al sostegno del nuovo sultano turco Recep Tayyip Erdoğan e che da sempre apre e chiude il rubinetto dei flussi migratori a seconda degli obiettivi che intende raggiungere nei negoziati con l’Italia e gli altri Paesi dell’Europa?

Sull’argomento ci sono alcune illusioni che vanno smontate preventivamente. La prima è quella, avallata dal ministero dell’Interno, è che basti mettere in quarantena i migranti caricati sulle navi Ong per bloccare il contagio in mare ed evitare che torni a diffondersi nelle regioni dove i natanti sbarcano. Le quarantene, naturalmente servono. Ed una intesa precisa con le Ong per definirle ed organizzarle sarebbe indispensabile. Ma immaginare di tenere sotto controllo la pandemia riportata dall’immigrazione con qualche nave trasformata in ospedale è come immaginare di svuotare il mare con un secchiello bucato. Perché sarebbe impossibile bloccare per sempre i migranti nei porti evitando contatti tra loro e la popolazione locale. A meno di immaginare la creazione di centri d’accoglienza trasformati in giganteschi lazzaretti dove isolare e cercare di curare i malati che inevitabilmente diventerebbero fonti di gravi tensioni sociali e politiche nei territori e nell’intero Paese.

L’altra illusione da smontare è immaginare che l’accordo con Di Maio e al-Sarraj possa prevedere la costruzione non in Italia ma in Libia di tali lazzaretti con il concorso dell’Unione europea e la benedizione delle Nazioni Unite, ma sempre e soltanto sotto il controllo esclusivo delle autorità del governo di Tripoli. Quest’ultima, infatti, oltre a non dare alcuna garanzia sul rispetto dei diritti umani, non ha la forza e l’autorità necessarie per realizzare una impresa del genere. Ed a ben guardare, neppure la convenienza visto che caricarsi di un peso del genere gli toglierebbe dalle mani la possibilità di poter aprire e chiudere a secondo delle proprie necessità il rubinetto dei flussi migratori verso l’Italia e l’Europa.

E allora? Le alternative sono solo due. O l’Europa e l’Italia prendono atto che in Libia non si risolve nulla senza esibire forza e determinazione. Oppure non rimane loro che trattare con il sultano Erdoğan accettando il ritorno dell’Impero ottomano nel bacino del Mediterraneo!