Le tre ragioni di Palamara

Luca Palamara ha ragione per tre volte. La prima volta, perché sostiene che le correnti della magistratura non le ha inventate lui. La seconda, perché voleva essere sentito dal Comitato direttivo centrale (non a caso, lessico, questo, di matrice leninista sovietica, ricalcato su quello del Pcus) della Giunta esecutiva della Associazione Nazionale Magistrati e questo ha rifiutato. La terza, perché ha affermato che quelli che oggi siedono quali probiviri per giudicarlo, ieri lo cercavano per essere aiutati.

Il quadro che ne esce, davvero sconfortante, merita alcune riflessioni.

La prima. Palamara ha ragione perché le correnti esistono dalla fine degli anni Sessanta, hanno preso nuovo vigore negli anni Settanta e poi a partire dagli anni Ottanta hanno spadroneggiato sempre di più, fino a giungere al punto in cui ci troviamo oggi.

Siccome Palamara sarà entrato in magistratura – lo presumo dal fatto che egli è appena cinquantenne – verso la fine degli anni Novanta, è chiaro che ha imparato a fare le cose che ha fatto dagli altri: certamente non le ha inventate lui.

Qualcuno – magari più di uno – lo ha istruito, gli ha fatto vedere come muoversi fra le correnti e poi – lo posso concedere – sentendosi particolarmente votato a questo genere di attività, Palamara avrà perfezionato le strategie, rodato gli ingranaggi, affinato l’uso del potere. Nulla di più e nulla, in particolare, che lo possa far ritenere il solo responsabile del cancro che divora la magistratura dall’interno, alla cerca del potere, dei posti di potere, della carriera.

Come lui, prima e meglio di lui, molti altri, che non sono perciò meno di lui responsabili. E sarebbe necessario conoscerli uno per uno, anche per ripartire le responsabilità in maniera equa.

La seconda riflessione. Certo che Palamara ha chiesto di potersi difendere all’organo che poi lo avrebbe giudicato: è nel suo pieno diritto e ha ragione a lamentarsi per il rifiuto. Tuttavia, non aveva ben compreso che, essendone presidente, aveva allevato nel seno della Anm un mostro antigiuridico e perverso: il mostro del giacobinismo più spietato e sordo alle più elementari esigenze della giustizia.

Fa semplicemente sorridere che il Comitato direttivo centrale abbia rigettato l’istanza di Palamara per essere sentito, riparandosi dietro la scusa che lo Statuto non lo prevede, mentre invece poteva esser sentito dai probiviri, davanti ai quali egli, pur convocato, non si è presentato (ma Palamara assicura invece di esserci andato comunque).

Diciamo chiaro e forte una cosa che forse alcuni magistrati, troppo presi dal ruolo, fra Probovirato e Comitati vari, hanno dimenticato: la Anm è una associazione privata, privatissima, tanto che più privata non si può. Ne viene che se questo temibile Comitato avesse coltivato nel suo seno una pur flebile sensibilità verso le ragioni della giustizia, ben avrebbe potuto pensare alcuni pensieri che invece gli sono rimasti del tutto estranei.

Innanzitutto, che in uno Stato di diritto vale il principio secondo il quale tutto ciò che non è espressamente vietato è permesso, mentre loro hanno adottato il principio opposto, secondo cui tutto ciò che non è espressamente permesso è vietato: perfetta realizzazione storica dello stalinismo leninista sovietico. Lo Statuto non prevede di sentire gli accusati? Non vuol dir nulla: l’importante è che non lo proibisca!

In seconda battuta, codesti signori avrebbero potuto pensare che, trattandosi di una associazione privata, la decisione di ascoltare le ragioni di Palamara, pur non prevista dallo Statuto, non avrebbe comportato conseguenze di alcun genere: nessuna nullità, invalidità, nessuna responsabilità patrimoniale o personale per nessuno dei suoi componenti. Al massimo, a tutto voler concedere, una possibile impugnativa di un associato davanti al Tribunale, del tutto improvvida e giuridicamente fragilissima. Infatti, siccome per impugnare un atto – qualunque esso sia – occorre preliminarmente dimostrare di avervi interesse, il fantasioso soggetto impugnante la decisione di ascoltare Palamara, dovrebbe appunto sostenere di avervi uno specifico interesse. E, di grazia, quale? Che forse permettere a Palamara di spiegare le proprie ragioni avrebbe potuto ledere l’interesse di altri? Formalmente, no.

Ecco allora, la terza riflessione che nasce proprio da questa ultima domanda e che va a coincidere con quella che ho definito quale la terza ragione vantata da Palamara. Forse, un certo interesse non puramente formale – ma molto sostanziale – codesti signori lo avevano: evitare di guardare in faccia Palamara. Ce lo ha fatto capire lui stesso, rivelando una cosa ovvia e tuttavia assai imbarazzante e cioè che quelli che lo hanno giudicato ed espulso sono proprio quelli che lo andavano a cercare quando lui era potente, per ottenere il suo appoggio circa le loro aspettative. Insomma, una cosa da vergognarsi. Sicché, la “gigantesca questione morale” della magistratura denunciata da Luca Poniz, presidente dell’Anm, comincia proprio da qui: ma lui, beatamente, non se ne accorge. Se ne fosse consapevole, per prima cosa si sarebbe battuto per consentire a Palamara di esporre le proprie ragioni davanti all’organo da lui presieduto, che sarebbe stato il minimo sindacale prima di un giudizio potenzialmente sanzionatorio. E invece, no. Se vuole, si faccia ascoltare dai probiviri e poi il Comitato deciderà. Bellissima lezione di antigiuridicità processuale: i probiviri ascoltano, ma poi a decidere sono altri.

Ma su quali testi di diritto avranno mai studiato – meglio non studiato – questi magistrati? Non sanno che un basilare principio di diritto esige che l’accusato si difenda davanti al proprio giudice e non davanti ad altri?

Il vero è che ha ragione – come dicevo al principio – Palamara: tutti costoro, prima si son fatti aiutare da lui e ora lo scaricano, prendendone le distanze con l’espulsione. Questo esercizio di potere mette davvero spavento. Questa sbrigatività liquidatoria, questa perentorietà, dettata solo dal timore di guardare Palamara negli occhi (il “volto dell’altro” di Lévinas) e di doverli probabilmente abbassare, rappresenta una minaccia per tutti noi. Il giudice, infatti, ha da temere moltissimo il giudizio di uno soltanto: dell’incolpato che egli dovrà giudicare. Ma se teme questo giudizio, al punto di non volerlo neppure guardare in faccia, allora il giudice perde ogni legittimazione per giudicarlo.

Ecco il senso della nota invettiva di San Paolo contro i giudici, quando li invitava, per essere legittimati a giudicare gli altri, a condannare prima se stessi. Eppure, questo ha fatto il Comitato direttivo centrale: ha temuto di dover abbassare gli occhi davanti a Palamara. Per questo, Palamara ha scritto in una memoria, che i suoi giudici non hanno voluto leggere: “Ognuno aveva qualcosa da chiedere, anche chi oggi si strappa le vesti”.

Meglio allora non guardarlo in faccia. Ma che giudici sono? E se trattano in tal modo un loro ex-presidente, come usano trattare tutti gli altri? In questo modo i suoi giudici, illudendosi di essersi sottratti al giudizio che Palamara avrebbe formulato su di loro, hanno commesso un duplice errore. Da un lato, mai potranno sfuggire al giudizio esecratorio di Palamara. Da altro lato, ne hanno attivato uno diverso e assai severo: quello di tutti noi.

Non mi sorprenderei perciò se alla fine di tutta questa vicenda, allorché sarà chiaro il ruolo di tutti, nessuno escluso – anche quello degli accusatori di Palamara – questi risultasse essere il meno colpevole di tutti.