La “magistratura delle origini”

L’uso di un linguaggio mistificatorio, retorico e non significante non è certo una novità dell’ultima ora. E neanche il supremo sprezzo dell’intelligenza altrui. Men che meno la prepotenza linguistica e l’imposizione di stereotipi stucchevoli. Talvolta però i politici di scuola marxista esagerano. E inventano. Andando a braccio. Deve essere stato quest’ultimo il caso delle dichiarazioni dell’onorevole Walter Verini a Radio Radicale in un convegno sui massimi sistemi della giustizia. E sui minimi rendimenti pratici della stessa.

Ecco che Verini, messo all’angolo sulle inevitabili – teoricamente – conseguenze dello scandalo Palamara (noto capro espiatorio di tendenza per conto di tutti gli altri pm che continuano a comportarsi alla stessa maniera ma senza incappare in un trojan) da parte di Radicali preparati come l’avvocato Giuseppe Rossodivita e la giornalista mitica di questo settore, Lorena D’Urso, non trova niente di maglio – negando che qualunque drastica riforma come la separazione delle carriere o lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura, possa servire a cambiare la solfa – di attaccarsi a questo concetto quasi nostalgico: “la magistratura delle origini”.

“Dobbiamo aiutare i magistrati ad autoriformarsi e a ritornare alla magistratura delle origini”.

Ha detto veramente questo. Non si è accontentato di buttare la palla in tribuna. Ma ha lanciato ’sto dubbio.

E tutti a chiedersi: aho, ma a quale periodo della storia dell’umanità si sarà riferito Verini? La magistratura del Re prima del fascismo, quella del dopoguerra epurata solo in parte dopo il regime? O forse tocca tornare indietro a Napoleone in Italia? O persino alla Repubblica a Roma prima di Giulio Cesare?

Vallo a sapere. Resta il dubbio. Magari è una di quelle frasi tipo “si stava meglio quando si stava peggio”.

Oppure si ha nostalgia di quei martiri del terrorismo e della mafia sulle cui spoglie buona parte di tutti gli altri ha fatto carriera spesso senza meriti. Il tutto paragonandosi a coloro che trapassarono violentemente uccisi da comunisti, fascisti o mafiosi. E sempre non mancando mai di dire di esserne stati gli allievi prediletti.

Un po’ come gli scolari di Platone e Aristotele che si autoproclamavano filosofi di diritto. Consultandoci anche con magistrati di valore ormai pensionati e per lunghi anni perseguitati dalla magistratura giustizialista dell’accusa antimafia siamo giunti a una conclusione: come concetto ontologico “la magistratura delle origini” non esiste. È solo nostalgia dei bei tempi andati. È però esistita tra il dopoguerra e il ’68 una magistratura quanto meno obbligata alla meritocrazia. Prima della famigerata legge Breganze, per avere incarichi direttivi occorreva almeno – come condicio sine qua non - vincere concorsi seri. Non la semplice progressione in carriera per anzianità coniugata in seguito – in realtà quasi sin da subito dopo il varo di detta legge – con gli intrallazzi oggi sotto gli occhi di tutti. Aspettando quindi il ritorno alle origini – a quella mitica verginità perduta chissà quando, ma sempre in un bordello comunque sia – e confidando nella capacità mitica di “autoriforma dall’interno” della magistratura associata, senza che la profana zampa della politica ci metta mai una piccola impronta, possiamo andare a dormire tra due guanciali. Sino al prossimo “trojan”.