Palamara è la punta di un iceberg che rivela una democrazia illiberale e bloccata

Le verità emerse dalle intercettazioni di un magistrato influente, Luca Palamara, e di alcuni giornalisti, non possono essere minimizzate e ridotte ad un caso patologico circoscritto. Esse sono solo la punta di un iceberg sotterraneo che rivela non solo un mercato di posti e di carriere tutt’altro che meritocratico, ma anche la reale esistenza (sempre negata) di un “partito dei giudici” (in specie dei Pm), diviso in correnti e partitini, nonché quella (anch’essa sempre negata) di un “circo mediatico-giudiziario”. Il loro “combinato disposto” inficia la natura stessa della democrazia italiana che appare ormai chiaramente come una democrazia – almeno in parte – illiberale e bloccata. Nell’insieme il fenomeno mette in questione non solo la fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario italiano, ma anche la tenuta democratica del sistema politico.

La risposta delle istituzioni deve essere quindi adeguata alla gravità e profondità del fenomeno canceroso che sta emergendo e rende necessaria ed urgente non solo una riforma del sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura ma anche una riforma generale del sistema giudiziario che metta il cittadino al riparo degli arbitri di una magistratura (soprattutto quella requirente) fuori controllo, ma anche il sistema politico italiano da un blocco di potere politico-mediatico-giudiziario che mira ad esercitare (e ha mostrato di poterlo fare) un potere di veto su chi possa governare l’Italia e chi no. Basti ricordare che due governi italiani (quello di Silvio Berlusconi nel 1995 e quello di Romano Prodi nel 2008 caddero per inchieste giudiziarie rivelatesi poi improprie e forse anche politicamente “orientate”. Che si tratti solo della punta di un iceberg è facilmente deducibile da una semplice constatazione di buon senso: se l’intercettazione di un solo magistrato influente (capo di una corrente di magistrati) ha fatto emergere una tale messe di interessi politico carrieristici, si può immaginare cosa sarebbe emerso se ad essere intercettato non fosse stato il solo Palamara.

Che la credibilità della magistratura, dei suoi provvedimenti e delle sue sentenze e del diritto stesso ne esce seriamente inficiata è deducibile dal fatto che quelle intercettazioni mostrano come vi siano magistrati che considerano il diritto una maschera che nasconde altre logiche o come un elastico che si può estendere e piegare ad arbitrio del magistrato. È questa la conclusione logica del fatto che un magistrato possa dire quel cittadino (poco importa per il momento che nell’intercettazione parlasse di Matteo Salvini) “va attaccato, anche se ha ragione”. “Ma che dite?”, si è detto sempre a chi parlava della giustizia italiana come di una “lotteria” e a chi parlava di “partito dei giudici” (dei Pm in particolare) e di “circo mediatico-giudiziario”. “Bisogna avere fiducia nella magistratura”, ci si diceva. E anche: “I magistrati fanno semplicemente il loro lavoro: lasciateli lavorare in pace”. “La giustizia deve fare il suo corso – si aggiungeva – e alla fine trionfa sempre”.

Ebbene oggi quelle frasi non possono più essere proferite: appaiono come retoriche difese d’ufficio, semplici e risibili tartuferie ed anzi uno sberleffo offensivo alla ragione, al buon senso e alla verità. Il “re-magistrato” è ormai nudo. Che le intercettazioni mostrino che la democrazia italiana ha assunto il carattere precipuo di una democrazia illiberale, risulta chiaro dal fatto che tale definizione merita quella democrazia, in cui pur svolgendovisi libere elezioni, uno dei poteri dello stato travalichi dai suoi limiti e sconfini e usurpi potestà proprie degli altri poteri dello Stato, a maggior ragione se addirittura si sovrapponga alla sovranità popolare. I democratici italiani, e persino alcuni liberali, alla ricerca costante di un Mussolini di turno, si sono abituati a tenere d’occhio solo le estroflessioni del potere esecutivo. Si sono resi così meno sensibili alle improprie estroflessioni del potere giudiziario. Questo spiega in parte perché le ipertrofie del potere giudiziario, pur divenute già alla fine del secolo scorso particolarmente acute, non abbiano trovato e non trovino nella stampa liberaldemocratica e nell’opinione pubblica italiana una adeguata reazione di contrasto.

Si è trattato di estroflessioni verso i domini di tutti gli altri poteri dello stato: da quello parlamentare a quello esecutivo, nella sfera amministrativa e persino in quella dei servizi segreti. Il partito dei magistrati ha tenuto ad affermare ed estendere il suo potere dovunque. Chi è interessato potrà trovare una documentazione nel libro Magistrati scritto dall’insospettabile Luciano Violante. Non si tratta di un fenomeno nuovo. C’è stato chi da tempo ha denunciato – come l’ex presidente Francesco Cossiga – l’emergere di un potere autocratico della magistratura politicizzata, non controllata da alcun altro potere dello Stato e pertanto tecnicamente irresponsabile e “Superiorem non recognoscens”. C’è stato chi ha rilevato che indipendenza e l’autogoverno della magistratura non possono significare in una democrazia liberale un’assoluta irresponsabilità e una restaurazione dell’arbitrio del principe, in veste di magistrato; c’è stato chi ha rilevato le aporie dell’obbligatorietà dell’azione penale e dell’unità delle carriere tra magistratura requirente e giudicante. C’è stato chi ha parlato per l’Italia di “Repubblica delle procure” e di “democrazia giudiziaria”.

Sono state denunce cadute nel vuoto per il potere di interdizione che la magistratura politicizzata ha mostrato di possedere, anche grazie al complice e suicida comportamento della sinistra politica, in cerca di supplire, con il potere giudiziario supposto amico, alle sue insufficienze. Ora che quel potere ha dimostrato la sua “autocrazia” ed autoreferenzialità, una parte (solo una parte) della sinistra politica se ne pente, ma sembra ormai troppo tardi. Che infine quelle intercettazioni mostrino che la democrazia italiana è una democrazia bloccata risulta evidente dal fatto che tale deve essere considerata quella democrazia in cui per qualche ragione vi sia una più o meno sotterranea ed occulta “Conventio ad excludendum” contro una delle parti politiche in competizione ritenuta a torto o a ragione “impresentabile” o “anti–sistema”.

Si tratta di un tacito patto tra forze diverse (politiche, giudiziarie, mediatiche, burocratiche ed economiche) che convengono sull’ obbiettivo comune di fare di tutto per impedire l’accesso al potere di governo delle forze politiche da escludere o per destabilizzare lo stesso governo quando quelle forze per avventura riescano ad accedere al potere. Contro di esse, ed in particolare contro i suoi leader, ritenuti a torto o a ragione “anti-sistema”, agisce una sorta “fattore K” (copyright di Alberto Ronchey, per chi ricorda) di esclusione, della stessa specie di quello che agiva contro il Pci, che, negli anni della guerra fredda, anti-sistema lo era per davvero, per le sue mai interrotte relazioni pericolose con l’Urss, avversario principale strategico della Nato e quindi dell’Italia. Un analogo fattore di esclusione agì contro Bettino Craxi negli anni ‘80 e primi ‘90 del secolo scorso, e così pure contro Silvio Berlusconi negli anni successivi e così oggi avviene in particolare per Matteo Salvini ritenuto un leader xenofobo, cripto-fascista e anti-sistema in quanto sovranista anti-europeo e in cerca di “pieni poteri”.

Di solito il primo stigma che viene attribuito agli avversari è quello di essere dei “fascisti in pectore”. A tale fine giova molto quella koinè del politicamente corretto che è l’antifascismo metafisico e immaginario. Quando non funziona lo stigma antifascista ed anti razzista, in subordine diventa rilevante lo stigma “dell’anti–sistema”. Sorvoliamo qui sul fatto che sia Craxi, sia Berlusconi, sia Salvini, non abbiano fatto molto per non attirare su di sé il marchio di essere, chi in un modo chi in un altro, delle “pecore nere anti-sistema”. In una certa misura molti leader politici sembrano affetti da una sindrome autolesionista. In ogni caso è certamente vero che se in un altro Paese a regime democratico liberale le intercettazioni di un solo magistrato influente avessero scoperchiato un immondo verminaio di scambi occulti di cariche nella magistratura; se avessero fatto sorgere il sospetto che in quel Paese il diritto fosse divenuto una lotteria per tutti; e che la magistratura fosse divenuta un potere preponderante e per di più “Superiorem non recognoscens” perché non controllato da alcun altro potere esterno ad essa e perciò tecnicamente “irresponsabile”; e se fosse emerso che in quel Paese agisse un blocco di potere occulto tale da farne una democrazia illiberale e bloccata; se tutto questo fosse emerso le reazioni sarebbero state molto più vaste e profonde di quelle che si vedono in questi giorni in Italia. Sarebbero state aperte inchieste parlamentari e giudiziarie. In Italia, invece, non avviene nulla di tutto ciò. I grandi giornali riducono la vicenda ad un trafiletto.

Il Parlamento ha altre rogne da grattare. Tutto viene ridotto ad una patologia eccezionale che riguarda uno o pochi magistrati. In un altro Paese probabilmente il capo dello Stato convocherebbe una sessione straordinaria (magari “informale” come fece nell’aprile del 1992 Francesco Cossiga in difesa di Giovanni Falcone) del Consiglio superiore della magistratura per accertare le dimensioni del fenomeno e per cominciare a porvi rimedio. Forse interverrebbe solennemente con un messaggio alle Camere perché il Parlamento costituisse una commissione di inchiesta sulle deviazioni della magistratura organizzata. Una riforma del sistema giudiziario italiano è, infatti, ormai necessaria ed urgente. Così pure sembra improcrastinabile una riforma del sistema elettorale dei membri togati nel Csm che elimini le correnti con un sorteggio in prima battuta (tra i magistrati di Cassazione) dei candidati (tra cui eleggere in seconda battuta i membri togati del Csm da parte di tutti. Non bisogna lasciarsi sfuggire l’occasione per fare le necessarie riforme della giustizia in Italia.