Giustizia nel Porto delle Nebbie

“Bisogna attaccare Matteo Salvini, anche se ha ragione”.

Queste e altre parole – pizzini in forma digitale intercettati, quasi per caso, nel corso di altre inchieste – gravissime, inequivocabili, volgari nella loro proterva banalità, lasciano tanti di noi disgustati ma pochi sorpresi. Difficile non scorgervi in filigrana la sagoma di quel partito delle toghe che, come l’araba fenice, che vi sia ciascun dice ma, dove sia, nessun sa...

È la supercasta. Quella che non teme avversari provenienti da altro campo. Certamente non dalle stanze della politica. Perché l’unico nemico di un magistrato può essere solo un altro magistrato. Per quanto riguarda l’affaire Csm, rimosso il macigno delle accuse di corruzione, ciò che resterà – il mercato degli incarichi – verrà, alla fine, derubricato a normale dialettica tra le correnti.

Mentre l’affaire Csm sbiadisce, spodestato da nuove emergenze, altri comportamenti deviati affiorano, qua e là, come un fiume carsico. Vedi i casi alla cronaca giudiziaria pugliese di pochi giorni fa.

Ogni volta che deflagra uno scandalo nella magistratura, ci colpisce il silenzio sepolcrale che lo accompagna dalle stanze della politica. Ci aspetteremmo sdegnate reazioni e proposte di radicali cambiamenti proprio in quel settore che tutti gli analisti internazionali individuano come una delle principali cause di arretratezza del sistema italiano. La timidezza della politica nell’affrontare il tema rivela, invece, la forza delle toghe che si trasformano in corporazione allorché devono difendere i propri privilegi. In nome dell’indipendenza garantita dalla Carta all’Ordine giudiziario, le toghe schierano i loro cavalli di Frisia contro separazione di carriere, nomine e divisione del Csm, verifiche della produttività, responsabilità civile del magistrato, conflitti di interessi e incompatibilità.

Il Sistema Giustizia, in Italia, è malato perché una classe autoreferenziale ha ricevuto con le ultime riforme – immunità, Severino, prescrizione – e la benedizione dei media, un potere, illimitato e permanente, di interdizione sulla vita politica. Si voleva combattere malcostume e corruzione e si è creato un mostro peggiore. L’azione penale, che si celebra prima sui giornali che nei tribunali, appare (sarà sfortunata casualità) più obbligatoria verso qualcuno e meno verso altri. Così nei casi in tema di immigrazione laddove, con buona pace dell’articolo 3 della Costituzione, situazioni giuridiche assai simili sembrano trattate con disinvolta disparità. Mentre l’unico avversario di un giudice può essere solo un altro giudice. Con il sospetto, non sempre, per carità, che quando si muove nei confronti di un proprio collega (piuttosto che di un presunto “antagonista” nella sfera politica) lo faccia per secondi fini. Salvo i non rari esempi di inattesa indulgenza, come certe stupefacenti assoluzioni disciplinari di giudici che “dimenticano” dietro le sbarre, cittadini in custodia anche dopo i termini, perché oberati di lavoro. Nessuno, ormai, si sorprende più dell’opportunistico tempismo di tante inchieste giudiziarie, in coincidenza con importanti snodi della vita pubblica. Né del tardivo e scarsamente riparatorio proscioglimento del malcapitato di turno, soprattutto se uomo politico. Nel clima di “giustizialismo predittivo” che si è, ormai, diffuso nel Paese, non ci stupiamo di dossier “prêt-à-porter” che vedono la luce, con strategico tempismo, contro molti altri. Non ci resta che sperare che la Giustizia, che non vede perché bendata, mantenga, almeno, la memoria di ciò che sente...