M5S: il potere logora chi non ce l’ha

In principio fu la Tav verso la quale lo stesso Beppe Grillo minacciava un irrimediabile sine qua non a qualsiasi compromesso. Poi  ne vennero altri di compromessi, come l’accettazione della legge sugli immigrati contro cui si sprecarono i no, per principio, ovviamente. Quanto al Mes prossimo venturo assisteremo di certo all’ennesima piroetta dell’ineffabile Vito Crimi del quale si intravede, già da ora, una mutazione di idea. Va da sé per senso di responsabilità, rispettoso del Governo: del cambiamento. E dell’esercizio del potere.

A rinverdire l’antico detto andreottiano sul potere logorante chi non ce l’ha è proprio quel Movimento 5 Stelle che ne aveva dannato non solo l’artefice ma, insieme a lui, tutta la casta dei partiti, lottizzatori, corrotti e criminali. È bastato l’accesso al Governo con un Giuseppe Conte, passeggero indifferente da una maggioranza all’altra, per scambiare il luogo più appropriato alla realizzazione del mitico cambiamento – aprendo il Parlamento come una scatoletta di tonno – per trasformarlo in un poltronificio. E il più indifendibile dei loro ministri è stato graziato con l’alibi della responsabilità. Più che alibi, un trucco, uno dei tanti che segna  il cammino pentastellato tutto curve e giravolte con la tecnica dell’urlatore del no contro una scelta, respinta per principio, ma pronto, a tempo debito, ad abbassare toni e pretese accettando qualsiasi compromesso, a sua volta spacciato come una vittoria.

Nel caso di Alfonso Bonafede, tuttavia, la palma della vittoria se l’è aggiudicata il suo partito non soltanto perché Matteo Renzi, l’avversario più duro dell’operato di via Arenula ha tirato i remi in barca negando la sfiducia individuale per vere ragioni di potere, ma perché in via Arenula è rimasta e continuerà in prosieguo la medesima politica di  bonafediana memoria nell’uso del diritto penale come un’arma contundente al servizio del loro populismo giustizialista assurto, per di più, a etica pubblica.

Come era prevedibile la rinuncia di Matteo Renzi, un tempo rottamatore, ad usare la sua decisiva golden share per mandare a casa un ministro dannoso e incompetente, rinuncia ora trasformata in un successo dell’immarcescibile senso di responsabilità, archiviando un’occasione offerta su un piatto d’argento, rinviando alle consumate punture di spillo le prossime, immancabili, quotidiane critiche, utili alla permanenza sia di Bonafede che (soprattutto) di Conte, ma assai poco produttive alla crescita di una Italia Viva oggi ai minimi storici.

Nel desolante panorama offerto dalla politica, spiccano, per fortuna, le due donne che hanno nobilitato la funzione del Senato con interventi di alto livello. Emma Bonino e Giulia Bongiorno hanno, per così dire, dato una lezione di stile e di sostanza riportando, nei giusti binari, il tema della sfiducia a Bonafede nel contesto di una governabilità contiana inefficiente, nel quadro di un confronto civile, rispettoso ma estremamente severo, fondato sull’essenzialità dei fatti e delle malefatte bonafediane sfuggendo alle tentazioni demagogiche di quel populismo oggi alla moda il cui virus ha contagiato gran parte di una politica ridotta ad un dilettantismo senza arte né parte. Esclusa, beninteso, la brama del potere.