Italiani, brava gente

Questi sono giorni di verità. Gli accadimenti della settimana restituiscono una fotografia fedele della condizione dell’Italia. Una certezza s’impone prepotentemente: gli italiani sono di gran lunga migliori della classe politica che li governa. Proprio nelle ultime ore la differenza qualitativa si è resa plasticamente manifesta. Mentre alla Camera dei deputati, tempio laico della democrazia, un parlamentare del Movimento Cinque Stelle, tale Riccardo Ricciardi, intervenendo nel dibattito parlamentare seguìto all’informativa urgente del presidente del Consiglio sulla Fase 2 del contrasto all’epidemia da Coronavirus, ha attaccato il modello sanitario della Lombardia definendolo “fallimentare” in ragione dell’elevato numero di vittime registrato, negli stessi momenti il Dipartimento del Tesoro del ministero dell’Economia e Finanze, ha annunciato il record di emissione dei Btp Italia. Due volti opposti di patria alle prese con lo stesso problema.

Da un lato, un modesto politicante che per grattare un minimo aggio elettorale a favore della sua parte politica e del suo capo di Governo non si fa scrupolo di tirare in ballo i morti di una regione martire della pandemia; dall’altro, una stupenda risposta dei concittadini risparmiatori che hanno investito sul nuovo titolo del debito sovrano emesso allo scopo di finanziare il rilancio dell’economia nazionale nella fase post-pandemica. L’emissione è durata pochi giorni, dal 18 al 21 maggio. Nella prima fase riservata agli investitori retail (i risparmiatori privati) stati conclusi 383.966 contratti per un controvalore pari a 13.997,606 milioni di euro. Nella seconda fase, dedicata agli investitori istituzionali, sono state definite 746 proposte di adesione “per un controvalore emesso pari a 8.300.000 milioni di euro, a fronte di un totale richiesto pari a 19.546,876 milioni di euro (coefficiente di riparto pari a circa il 42,5 per cento)” (fonte: Mef – Dipartimento del Tesoro). La raccolta ha superato i 22 miliardi di euro. È stato come se, a sessant’anni di distanza dalla volta in cui John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti d’America, pronunciò la celebre esortazione: “Non chiederti cosa può fare il tuo Paese per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese”, un primo manipolo di italiani abbia trovato la voglia, il coraggio e l’entusiasmo di rispondere: “Io ci sono”.

Gli analisti finanziari, che non sono teneri di cuore, hanno attribuito la scelta di comprare italiano anche sul mercato dei titoli di Stato al fatto che il rendimento dei Btp Italia quinquennali fosse particolarmente appetibile. Il tasso di interesse fissato in chiusura è al 1,40 per cento annuo, leggermente superiore al rendimento del Btp quinquennale ordinario, trattato sui mercati secondari all’1,241 per cento. A noi piace credere che non sia stato quello zero-virgola di differenza a convincere i risparmiatori a dare una mano al Paese. Verosimilmente, l’idea che servissero denari freschi per attivare la ripresa non ha trovato insensibili i cittadini in grado di muovere i propri risparmi. Lo abbiamo detto in tempi non sospetti che rimettere nelle mani degli italiani una parte consistente del debito pubblico sarebbe stata la strada giusta per riacquistare peso e credibilità nel mondo e verso noi stessi. Nel recente passato non è stato così, gli italiani si sono allontanati dagli investimenti nei titoli di Stato nazionali. Il debito pubblico in mano ai risparmiatori italiani è passato dal 57 per cento del 1988 al 6 per cento del 2018 (fonte: Database Bankitalia).

D’accordo la globalizzazione e il mercato unico ma quella gigantesca sproporzione accentuatasi nell’ultimo decennio è una delle cause dell’ostilità che i Paesi “fratelli” dell’Unione europea manifestano verso le richieste del Governo italiano di ricevere aiuti finanziari a fondo perduto per affrontare l’emergenza. Benché sia nota la nostra avversione all’arroganza ingiustificabile degli Stati del cosiddetto “Fronte del Nord”, per onestà intellettuale tocca ammettere che le obiezioni sollevate non siano del tutto infondate. Il ragionamento è semplice e crudo: se neppure i suoi cittadini credono nell’Italia perché dovremmo crederci noi? Ma dopo questo insperato boom di acquisti anche gli altri Paesi dovranno cominciare a ricredersi. Non saremo i giapponesi ma abbiamo ricominciato a scommettere su noi stessi. Auspichiamo che il Governo continui a promuovere altre emissioni, studiando nuovi incentivi all’acquisto. Forse non si riuscirà a coprire l’intero fabbisogno finanziario richiesto per dare un impulso concreto alla ripresa ma è comunque un’efficace polizza d’assicurazione contro la speculazione finanziaria eccitata dall’extra deficit che il Governo italiano sta creando per appagare il fabbisogno di liquidità.

Anche perché restiamo profondamente scettici all’idea che i denari che ci occorrono possano piovere dal cielo, magari da un elicottero che si sia levato in volo da Bruxelles. Tuttavia, non si può dimenticare il rovescio della medaglia, che è quella classe politica indegna di guidarci nella tempesta. Non si tratta del singolo deputato che, in cerca del suo quarto d’ora di celebrità, l’ha sparata grossa chiamando in causa i morti. Vi è il comportamento disgustoso di un Matteo Renzi che ha svenduto il sedicente patrimonio ideale del suo partito per uno strapuntino di sottopotere graziosamente promessogli dal premier in cambio della rinuncia a silurare il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, altrimenti indifendibile per la sua inadeguata gestione della giustizia. È una storia vecchia come il mondo: quando c’è da fare cassa, come l’illibatezza delle educande, la prima cosa che vola via è la difesa dei valori non negoziabili. L’orgoglio garantista dei renziani è durato il tempo della chiacchierata che Maria Elena Boschi, la reginetta del ballo alla festa di “Italia Viva”, ha scambiato con il premier Conte.

Un minuto dopo, i vessilliferi dello Stato di Diritto si sono convertiti a fare gli ascari dei giustizialisti. In fondo, come slogan suona bene: poltrone in cambio di giustizia. Se lo ricorderanno gli italiani, nelle urne. Sono ancora tempi di tenebra, ma toccherà ricercare la luce. Da questa immane tragedia, che ci è capitato nostro malgrado di vivere, sta nascendo la consapevolezza di dover costruire un mondo nuovo. Non bisogna essere ipocriti: non è detto che cambiando saremo necessariamente migliori. Per molti aspetti potremmo scoprirci peggiori di come eravamo prima che arrivasse la peste del Coronavirus. Non è questo il punto. Dobbiamo accettare l’idea del cambiamento, in tutti gli aspetti della nostra vita, in particolare in quelli lavorativi. In proposito, colpisce l’articolo che Renato Brunetta ha scritto, sull’Huffington Post, per celebrare i 50 anni dall’entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori. Un pezzo bello, a tratti commovente, che purtuttavia può essere definito di visione.

Brunetta azzarda una proposta, evocando lo spirito dell’equipaggio del Pequod, il veliero del capitano Achab della storia narrata in “Moby Dick”, il capolavoro di Herman Melville, che chiama in gioco il merito delle persone nel sistema produttivo del domani, dove la divisione capitale-lavoro e il salario stesso sono superati dal principio-guida della partecipazione. Quindi, per il futuro cambio di paradigma: “Passare dalla società dei salariati e del lavoro dipendente alla società della partecipazione”. È un’idea brillante della quale discutere, ma è anche il metodo giusto per affrontare di petto la crisi di fiducia che ha fatto capolino nelle nostre case e nei luoghi della nostra umanità. Un modo alto e allo stesso profondo di pensare in grande. Poi, però, ci si guarda intorno; si butta un’occhiata su questa classe politica e non si riesce a sfuggire alla domanda: ma dove pensano di portarci questi inutili inetti?