La Libia torna ai turchi

L’ultima volta che si è parlato di Libia con la speranza di qualche novità è stato a gennaio quando a Berlino si sedettero al tavolo rappresentanti di gran parte delle potenze mondiali per fare l’ennesimo punto della situazione. La conferenza non fece altro che confermare lo schieramento a favore del Governo di Accordo nazionale di Fayez al-Sarraj e quello a sostegno dell’Armata di liberazione di Khalifa Haftar, ma oltre alla solita solenne riaffermazione delle numerose risoluzioni Onu in argomento sul terreno il risultato tangibile fu limitato ad un cessate il fuoco destinato a durare ben poco. Il palcoscenico lasciato libero dal poco incisivo Josep Borrell, alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, fu conteso da protagonisti ben più agguerriti facenti capo a Vladimir Putin e Recep Erdoğan con la conseguenza che alla conferenza di europeo rimase solo la sede. In questi mesi alla faccia dell’embargo imposto dall’Onu si sono moltiplicate le sortite aeree di droni armati e velivoli egiziani, emirati e turchi con non poche sofferenze da parte degli oltre 250mila civili residenti sull’infelice linea di confine.

Conquiste di pochi metri di terreno alternate ad analoghe perdite sembravano aver avviato una guerra di posizionamento senza fine. Ieri la svolta. Le forze di Sarraj sostenute da un sempre più incisivo esercito turco hanno ripreso la base aerea di al-Watiwa assestando un duro colpo alle forze di Haftar. Dopo giorni di bombardamento la definitiva conquista della base situata a circa 100 chilometri da Tripoli in direzione della Tunisia, è avvenuta senza spargimento di sangue. Per Sarraj aver ripreso il controllo della fascia costiera della Tripolitiana significa essere ad un passo dalla vittoria definitiva anche perché lo Stato Maggiore turco trasformerà la base di al-Watiwa in una delle sedi più imponenti delle proprie unità all’estero. Il successo dell’azione turca, peraltro legittimata dal proprio Parlamento a differenza di altri Paesi intervenuti di nascosto, può essere letto come il fallimento della Conferenza di Berlino, delle decisioni dell’Onu e dell’inconsistente politica estera europea, di scarsa deterrenza anche nell’operazione navale Irini attivata per far rispettare l’embargo delle armi.

Aldilà della situazione in campo, il vantaggio ottenuto da Sarraj parrebbe sottendere una rivalutazione delle posizioni dei principali sostenitori di Haftar. Gli Stati Uniti in linea alla politica di disimpegno dai vari teatri attuata da Donald Trump ultimamente si sono affacciati solo come osservatori. La Russia ha svolto un ruolo chiave nell’appoggiare l’iniziativa politica di Aguila Saleh Issa, presidente del Parlamento libico. La mossa ha dimostrato una perdita di fiducia in Haftar, perché cerca di rafforzare a sue spese un’altra figura di spicco nella Libia orientale, importante per il dialogo con la regione occidentale. L’Egitto, altro storico sostenitore di Haftar, sta valutando anch’esso il tradizionale approccio forse stanco di una guerra interminabile a Tripoli.

Questi riposizionamenti probabilmente influiranno anche sugli Emirati che non vorranno rimanere isolati nella loro intransigenza. I turchi, dopo fallimentari tentativi di tavoli di pace attivati in successione da Francia, Italia e Germania, sembrano ora riprendersi la completa egemonia di quell’area che il suo antenato ottomano aveva perso a seguito della Prima guerra italo-libica iniziata nel 1911. Di fronte a questo scenario la Francia, unica in Europa insieme alla Grecia ad essersi apertamente schierata con Haftar, sta correndo ai ripari. Il resto dei Paesi europei, con sforzi univoci, dovrebbero cercare di rilanciare il residuo peso politico per far giungere le parti in conflitto in Libia ad un cessate il fuoco definitivo e appoggiare senza se e senza ma il governo legittimo di Sarraj, in un processo di ricostruzione di uno stato di diritto. È un’ultima opportunità per l’Europa. La Nato si è già mossa confermando il proprio appoggio a Erdogan e rinnovando la propria fiducia ad un membro che pareva aver preso direzioni ben diverse dai comuni obiettivi.