Solo uno sciocco avrebbe potuto immaginare che Matteo Renzi fosse coerente con la parola perché non basterebbe un papiro per l’elenco delle giravolte, eppure pensate, anche lui è stato premier. Non c’era dubbio che Alfonso Bonafede sfangasse la sfiducia perché piuttosto di consegnare il paese ad una crisi ed al voto, il blocco più di sinistra della storia sarebbe capace di tutto, alla faccia della democrazia e della volontà popolare. Del resto se così non fosse tornando indietro avremmo votato in autunno, come sarebbe stato logico di fare in qualsiasi paese normale, ma in Italia si sa quando c’è il rischio che il centrodestra vada al governo, escono fuori tutti i pericoli del mondo, dal fascismo sempreverde, all’uscita dall’Europa, ai mercati. Basterebbe pensare che, mozione di sfiducia a parte, c’è in corso una operazione suggestione verso la popolazione, per allungare l’emergenza virus e il ritorno alla normalità, che comporterebbe la fine di ogni scusa per giustificare il rischio di stabilità in caso di crisi.

Insomma più dura la paura, il corso straordinario e più dura il governo, questo è il target della maggioranza più comunista della storia, il resto conta poco o niente, che volete che sia lo sfascio economico, il dramma produttivo all’orizzonte, davanti alla politica squallore. Perché sia chiaro di squallore si tratta quando una componente fondamentale della coalizione lancia ultimatum in cambio di visibilità e di poltrone, visto che se fosse stata veramente una questione di principio ieri al senato Bonafede sarebbe stato impallinato. Come altrettanto sa di squallore l’atteggiamento della maggioranza verso una storia, quella tra Bonafede e Nino Di Matteo, che a parti invertite avrebbe provocato una sollevazione senza precedenti, si sarebbe gridato allo scandalo istituzionale, alla rivolta parlamentare. Pensate voi se come ha detto la Emma Bonino ci fosse stato anche solo il sospetto di un “chiacchiericcio “tra un ministro della Giustizia di centrodestra e uno dei magistrati più importanti, su nomine, incarichi e posizioni tanto delicate, i cattocomunisti e i grillini avrebbero assaltato la Bastiglia.

Eppure ieri al Senato la maggioranza, a partire da Renzi che ancora volta ci ha presentato una giravolta, ha votato compatta la fiducia come se l’episodio fosse una quisquilia, ordinaria amministrazione, è la conferma dei due pesi e due misure quando si tratta di loro. Figuriamoci poi se sull’imparzialità si gioca la vita del governo e il rischio di elezioni che dai sondaggi porterebbero Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi, a vincere e governare, ecco perché è stato uno squallore. Perché mentre l’Italia si gioca il futuro, milioni di persone rischiano il posto, la bottega, l’indigenza, nella maggioranza giocano a poker, a bluffare, giocano ai posti da spartire, a trovare la scusa per tirare avanti a dispetto dei santi, per allungare il brodo del potere che non vogliono mollare. Ecco perché ci riempiono ogni giorno di paure e di pericoli incombenti, insistono sugli allarmi potenziali, trattano la pandemia come un elastico purché sia, insomma al posto di dare fiducia, di infondere ottimismo, di rassicurare e stimolare, fanno di tutto per intimorire e scoraggiare.

A partire dai decreti, qui non si tratta solo della farsa di un provvedimento dato per firmato e che ci ha messo una settimana per arrivare dal capo dello Stato, si tratta del merito, di ciò che si è stabilito per rilanciare il Paese da una crisi la cui profondità è sconfinata, non scherziamo. Non ci si rende conto di quello che succederà di qui alla fine dell’estate, dopo mesi di chiusura del paese intero, non ci rende conto che le regole per la riapertura porteranno ulteriori guai nei consumi, negli esercizi, nel fatturato decimato, nei bilanci finali del settore privato. Non si capisce che di fronte a scelte seppure sacrosante di chiusura, lo stato ha l’obbligo di compensare, riportare il conto degli operatori danneggiati all’invarianza di bilancio, rimetterli in moto con un dare avere ex ante, piuttosto che trattarli da elemosinante e spingerli al debito ulteriore. Parliamoci chiaro, c’è qualcuno che sappia un po’ d’economia che pensi davvero che coi decreti metà dei quali in assistenza, in parte dedicati ad assunzioni e stabilizzazioni improduttive, a stanziamenti da fruire in maniera cervellotica e sconclusionata, l’Italia sarà rilanciata?

C’è qualcuno che sia convinto che qualche miliardo di Irap stornata, qualche scadenza fiscale trasferita, qualche incentivo dal nome suggestivo, possa davvero rilanciare la settima economia mondiale dopo una chiusura tanto lunga e generale? Nulla o quasi sui cantieri da sbloccare, sugli investimenti da fare subito, su centinaia di migliaia di ambulanti, singoli esercenti, di automatico dalle banche che per erogare continuano a ritardare, nulla sui tempi e sulle condizioni certe per incassare i bonus, sulla fine di questa via crucis è tutto in forse, confuso, sparpagliato e rimpallato fra governo e regioni. Ecco perché è uno squallore che Renzi a cui si deve la nascita di questo governo e la responsabilità per ciò che non ha fatto o fatto male dall’inizio, si preoccupi di giocare al rialzo, al trabocchetto da furbetto, anziché di mandarlo a casa per il bene del paese che ne sta pagando care le spese. Caro Renzi ci rivedremo alla fine dell’estate, quando l’Italia presenterà il conto degli sbagli, degli opportunismi, dell’incapacità a governare, ad affrontare i problemi veri al netto delle conferenze, dei teatrini, dei due pesi e due misure, vi presenterà il conto dell’imperdonabile errore di non averci fatto votare.